Sassari, invasione di ombrelloni a Porto Ferro: è rivolta

I surfisti e gli amanti della spiaggia delusi dal Piano di utilizzo dei litorali: «Tre stabilimenti vanno bene a Platamona, qui non hanno senso»

SASSARI. Qualche centinaio di ombrelloni, degli spogliatoi, delle sdraio e la ricetta standard per il rilancio balneare è cucinata. Peccato che una spiaggia come Porto Ferro sia un tantino diversa dalle Bombarde o da qualunque Lido.

Però il Piano di Utilizzo dei Litorali approvato dal Comune gli plana sopra con la delicatezza di un elefante, disegnando tre stabilimenti e violentandone storia, vocazione e natura. Chi da anni frequenta quel tratto di costa selvaggio e incontaminato e ha avuto modo di dare un’occhiata ai progetti inseriti nello strumento di pianificazione, si è messo le mani nei capelli.

«Prendi il classico standard di servizi confezionato per Platamona, fai un copia e incolla e lo spalmi su Porto Ferro. Questo è stato lo sforzo del pool di progettisti. Nello staff non manca nessuno: architetti, ingegneri, geologi. Sono stati consultati tutti, tranne una figura che forse era fondamentale: il fruitore di quella costa, chi dà del tu a quel mare e lo vive ogni giorno».

Corrado Ughi conosce davvero ogni centimetro di Porto Ferro. Con la sua associazione Vosma ci opera da anni, sotto il profilo della manutenzione e della sicurezza. Poi è anche un surfista, e fa parte di quella grande comunità di giovani che hanno scelto e amano questo chilometro e mezzo di litorale. «Prevedere tre nuove concessioni sulla spiaggia – spiega Ughi – intanto è concettualmente sbagliato: il contesto e il target di utenti ne possono fare volentieri a meno. Ma lo è anche da un punto di vista tecnico: non stiamo parlando di un mare da cartolina, sempre immobile e tranquillo. I venti ridisegnano ogni giorno la battigia; il maestrale e il libeccio alzano onde che poi risalgono sulla spiaggia e si portano via qualunque cosa. Mi chiedo chi è il folle disposto a mettere a repentaglio 400mila euro di struttura amovibile, in balia dei capricci del meteo». Non basta: «Anche la conformazione dell’arenile e la viabilità dovrebbero far riflettere: c’è una sola strada, un solo ingresso e poi una distesa di sabbia lunga un chilometro e 200 metri. Il primo stabilimento, posizionato vicino all’ingresso ha un senso. Ma gli altri due distanti centinaia di metri? Come ci arrivano luce, acqua, fossa asettica e tutte le infrastrutture necessarie ad erogare servizi? Stiamo parlando di interventi impattanti sull’ecosistema».

Eppure rispetto al Pul la comunità di Porto Ferro aveva grandi aspettative. Tutti sono consapevoli del potenziale inespresso di una spiaggia selvaggia e bellissima.

«Le premesse del Pul erano entusiasmanti – dice Enrico Vagnoni, surfista e ricercatore al Cnr – si parla di destagionalizzazione dei flussi, di gestione moderna e innovativa. Poi però si arriva ai contenuti e si resta molto delusi. Perché i progetti sono decontestualizzati, si pensa che il fruitore di Porto Ferro sia la classica famiglia con bambini. Ma non è così: è un tratto di mare molto esposto ai venti, c’è sempre brezza, ci sono insetti e papatacci. Non è un posto dove rosolarsi al sole su una sdraio, con un cocktail in mano mentre i bambini fanno i castelli di sabbia. A Porto Ferro ci va chi vuole godersi una natura incontaminata, chi fugge dalla ressa e dall’assalto degli asciugamani, chi ama farsi una passeggiata col cane, chi si diverte con le onde, chi vuole camminare e ammirare il mare in tempesta o un bel tramonto, o chi vuole la libertà di nuotare nudo ai margini della spiaggia. E tutto questo rappresenta uno straordinario bacino di potenziali fruitori che il Pul ignora, e che davvero offrirebbe l’occasione per una gestione alternativa, sostenibile e destagionalizzata. I surfisti arrivano tutto l’anno, avrebbe senso una SurfHouse per accoglierli. Il turismo attivo funziona, così come quello ambientale. E allora vedrei meglio Porto Ferro come un laboratorio a sè, con progetti che valorizzano la risorsa ambiente. Trekking, sport acquatici, canoa, surf, corsi di sicurezza, educazione al rispetto della natura, turismo ippico. Questa è la vocazione di Porto Ferro, non il chioschetto con gli ombrelloni».

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