Un esercito di volontari per combattere la povertà
Sono più di 100mila e lavorano in centinaia di associazioni sparse nell’Isola Ieri la presentazione della ricerca, durata dieci anni, di Sardegna Solidale
SASSARI. Nell’era digitale il volontariato avrà un ruolo sempre più centrale perché gli effetti della crisi economica e la conseguente marginalizzazione di ampie fasce di popolazione incrementeranno il fenomeno già preoccupante dei nuovi poveri. Per la prima volta il contrasto del disagio sociale supera la tradizionale assistenza ai malati, basti pensare che in Sardegna negli ultimi anni sono nate quattrocento nuove associazioni di volontari, dieci ogni diecimila abitanti.
Numeri di tutto rispetto, che collocano l’Isola, regione virtuosa, ai primi posti nella graduatoria nazionale del volontariato. Emerge dall’indagine commissionata da Sardegna solidale al ricercatore Renato Frisanco, presentata ieri, a Sassari, nella sala Angioy della Provincia, da Giampiero Farru, presidente di Sardegna solidale e don Angelo Pittau.
La ricerca “Il volontariato in Sardegna”, realizzata a dieci anni da un’indagine analoga, scatta un’istantanea su un fenomeno non solo in crescita, ma in continua trasformazione che va di pari passo con le mutazioni prodotte dalla globalizzazione e dalle ricadute dell’era digitale.
Su un totale di 1701, Frisanco ha esaminato un campione di 264 unità di volontariato che rappresenta il 27,6 per cento dei 377 comuni dell’Isola. È emerso che quattro unità su dieci operano nella realtà in cui nascono e lì prestano servizio a favore di gruppi e persone in stato di bisogno. L’attività dei volontari, 45mila fissi, 80mila occasionali, è rivolta soprattutto verso le “vittime” della crisi economica, adulti che si sono trovati in difficoltà per la perdita del lavoro, della casa o a causa di una separazione.
Fenomeni all’origine delle nuove forme di disagio e di devianza che hanno modificato anche la specializzazione delle unità di volontariato oggi più che mai rivolte verso il sostegno ai nuovi poveri rispetto alla tradizionale assistenza ai malati. Un problema da affrontare è quello del ricambio generazionale se è vero che il volontario sardo ha un’età media di 50 anni perché l’ingresso nel mondo del volontariato avviene in età adulta e questo complica l’avvio del turn over. Al riguardo è importante proseguire nell’attività di promozione che viene fatta nelle scuole e nelle parrocchie, nel web e con gli strumenti della comunicazione digitale.
«L’esperienza di volontariato – spiega Frisanco – può servire anche da veicolo per l’occupazione se l’attività è ricca di contenuti e la formazione è costante e qualitativamente elevata». Notevole, a questo riguardo, l’impulso dato negli ultimi anni da Sardegna solidale grazie all’attività di organizzazione dei 41 sportelli territoriali “Sasol point”, sparsi in tutta l’Isola. Il Centro servizi volontariato, presieduto da Giampiero Farru, è ripartito in 19 unità socie in rappresentanza di 705 organizzazioni di base. Una cosa sembra certa, le istituzioni da sole non possono far fronte ai problemi di una realtà complessa, volontariato e terzo settore – stando alle conclusioni della ricerca – rappresentano, infatti, una risorsa imprescindibile e complementare per raccogliere le prossime sfide e affrontare vecchi e nuovi bisogni di una società in continua trasformazione.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
