La Nuova Sardegna

Sassari

Omicidio colposo, indagate le infermiere 

di Luigi Soriga
Omicidio colposo, indagate le infermiere 

Lunedì l’autopsia sulla piccola di tre mesi affetta da grave cardiopatia e deceduta dopo il ricovero alle Cliniche pediatriche

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SASSARI. Le due infermiere che hanno tentato l’inserimento dell’ago cannula nel braccio della piccola Alessia Murgia, la bimba di tre mesi con grave disfunzione cardiaca morta lunedì mattina nel reparto Pediatria delle Cliniche, sono state iscritte nel registro degli indagati. Una teneva ferma la piccola, l’altra tentava l’accesso venoso, e sotto inchiesta c’è anche una terza infermiera intervenuta quando la bambina ha cominciato a vomitare e perdere conoscenza. Ha applicato ad Alessia il saturimetro per verificare il livello di ossigenazione del sangue. Per tutte e tre l’accusa formulata dal procuratore capo Gianni Caria - che segue l’indagine insieme al sostituto Paolo Piras -, è quella di omicidio colposo.
I genitori di Alessia, Gianluca Murgia e Patrizia Spanu, nella loro denuncia sostengono che la situazione di stress, di dolore, di costrizione fisica, di terrore e di pianto disperato alla quale è stata sottoposta la figlia per diversi minuti, possa essere stata fatale. Un quadro clinico gravissimo, sindrome del cuore ipoplasico sinistro, il cuore sviluppato solo per metà, 7 interventi chirurgici in appena 45 giorni, la vita costantemente appesa a un filo. Un’infinità di precauzioni, la bimba custodita quasi in una teca di vetro, mascherine, amuchina, attorno a lei solo un mondo disinfettato, alla larga dal più banale starnuto. «Al Gaslini di Genova, dove Alessia è nata – dice Gianluca Murgia – ci avevano messo in guardia sui rischi. Per questo eravamo sempre in allerta, attentissimi ad ogni dettaglio. Sapevamo che anche un pianto prolungato poteva essere pericoloso. Appena lei si svegliava la notte perché aveva fame, scattavamo sull’attenti, operativi anche alle 4 del mattino. Uno la calmava in braccio, rassicurandola, e l’altra le dava il biberon col latte. In questi tre mesi, che ci sembrano lunghi un’eternità, non ci siamo risparmiati un minuto, dato tutto noi stessi per salvarle la vita. Per questo quando abbiamo visto le infermiere agire in quel modo, ostinarsi a voler infilare l’ago nonostante la bimba si dimenasse e piangesse disperata e terrorizzata, noi abbiamo gridato di smetterla, di aspettare l’arrivo di un medico. Sapevamo i rischi. E credo che ci sia stato un errore di sottovalutazione nelle procedure seguite». «Io non metto in dubbio la necessità dell’accesso venoso. Ma le modalità con cui è stato effettuato sì. Al Gaslini l’ago cannula veniva inserito sempre da un medico, con una blanda anestesia e con il supporto di un ecografo per evitare i dolorosi fuorivena. Non credo adottassero queste dispendiose procedure per caso». E ancora: «Non voglio crocifiggere medici e infermieri, la mia non è né rabbia e né voglia di vendetta. Siamo distrutti dal dolore e pretendiamo solo che sia fatta chiarezza. Questa denuncia ci costa altro dolore. Aspettare sino a lunedì prossimo l’autopsia, non poter dare un funerale e una sepoltura a nostra figlia, è uno strazio. Abbiamo pensato anche di lasciar perdere, ci abbiamo riflettuto a fondo. Con mia moglie alla fine abbiamo deciso di andare avanti: è un nostro diritto sapere se tutto è stato svolto in maniera corretta: se davvero la vita di Alessia era segnata, se era destino che morisse, oppure se qualcuno ha sbagliato, e quella vita poteva ancora proseguire. Lo dobbiamo anche a lei, per quanto ha lottato in questi tre mesi. Il suo è stato un calvario, e non era finito, perché avrebbe dovuto subire altri due interventi importanti al cuore. Ma a parte gli ospedali, i macchinari, le sofferenze, ad Alessia l’amore non è mai mancato. Al Gaslini era in una grande famiglia, i medici l’hanno vista nascere e l’hanno curata come una figlia. E adesso che era finalmente a casa, qui con noi a Uri, stava assaporando le coccole vere, le carezze delle sorelline, dei nonni. Non era una bimba diversa dalle altre. Sorrideva, le piaceva il bagnetto, mangiava con appetito. Era delicatissima, bisognosa di mille attenzioni. Sapevamo che per lei la salita era durissima. Ma non abbiamo smesso un momento di crederci».

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