I prodotti omeopatici? Solo acqua e zucchero
IL COMMENTO - Nonostante non esistano evidenze scientifiche circa il loro potere curativo sono otto milioni gli italiani che assumono questi “farmaci” alternativi
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La morte del bambino curato con farmaci omeopatici non sarà stata inutile se si aprirà una riflessione seria sull’omeopatia. L’intervento di Eugenia Tognotti ha cominciato a farlo, richiamando una realtà al centro di varie iniziative di scettici e razionalisti che dimostrano pubblicamente come i rimedi omeopatici non siano altro che pure e semplici pillole di zucchero. È memorabile la performance del brillante e autorevole James Rendi, noto agli appassionati di arti magiche per aver smascherato il sedicente sensitivo israeliano Uri Geller (quello del famoso trucco delle posate piegate con la forza del pensiero), all’inizio di una conferenza pubblica tenuta nel 2007 ingurgitò un intero barattolo di pillole senza dire di che si trattasse. Al termine del suo intervento, suscitò una fragorosa risata rivelando che si trattava di sonniferi omeopatici. Basterebbe questo episodio per concludere che in quel caso l’effetto di induzione del sonno era paragonabile a quello che si può ottenere bevendo un bel bicchiere d’acqua fresca.
Ma aldilà della facile ironia, l’equivalenza tra prodotti omeopatici e acqua è chimicamente fondato. Il processo di diluizione con cui sono preparati gli omeopatici è così spinto che nel prodotto finale non rimane alcuna traccia delle eventuali molecole bioattive di partenza. A titolo di esempio, la scheda informativa di un noto prodotto per la prevenzione e la cura delle sindromi influenzali – commercializzato dalla multinazionale leader del settore – riporta esplicitamente che 1 grammo di prodotto è stato ottenuto diluendo 1 a 100 per ben 200 volte il “principio attivo”, e unendo il risultato ad 1 grammo di zuccheri. In sintesi, il consumatore ignaro finisce per curarsi assumendo zucchero pagato a peso d’oro, pur nella convinzione che questo sia efficace.
I sostenitori dell’omeopatia talvolta ribattono che si, è vero, probabilmente il prodotto acquistato non contiene più tracce delle molecole “curative”, ma ne conserverebbe “la memoria”. Non è difficile controbattere che questa affermazione non ha alcun fondamento scientifico.
Eppure, anche di fronte all’assenza di evidenze sperimentali rigorose e serie, in tanti curano i propri figli e addirittura i propri animali con questi medicamenti alternativi, giustificandosi col fatto che “l’omeopatia ha funzionato in tanti casi”. Ma è vero che funziona? In realtà, gli omeopatici hanno successo perché sempre “per caso” si può guarire di influenza velocemente in maniera spontanea e senza postumi, o addirittura non si contrae il virus influenzale, e così via. Così, sfruttando la casualità, i produttori di omeopatici vendono eventi che si verificheranno in ogni caso, nel silenzio generale. A meno che, come nel caso del bambino morto pochi giorni fa, non vi siano complicazioni serie che portino finalmente in evidenza questa stortura.
Per fortuna il fenomeno dell’omeopatia sembrerebbe subire un forte ridimensionamento. Infatti il 10 aprile, in occasione della giornata mondiale delle cure omeopatiche, l’Ansa ha informato che per la prima volta si è registrato un drastico calo del consumo di questi prodotti in Italia, in cui il fatturato rimane comunque importante (quasi 300 milioni di euro nel 2016). Nonostante le imprese del settore parlino di un calo fisiologico, ulteriori riduzioni sono previste nel prossimo futuro, per una stretta sulle autorizzazioni all’immissione in commercio.
Per spiegare il successo di queste cure alternative si potrebbe facilmente scomodare la cronica mancanza di cultura scientifica nell’italiano medio. Sono circa 8 milioni gli italiani che acquistano omeopatici: la promozione della cultura scientifica in Italia, vero e definitivo antidoto a questo successo, è un processo che richiede tempo; nell’immediato, l’auspicio è che il ministero della Salute non commetta l'errore di concedere proroghe deleterie al previsto iter del rinnovo delle autorizzazioni.
*Ricercatore di Genetica all’Università di Sassari
Ma aldilà della facile ironia, l’equivalenza tra prodotti omeopatici e acqua è chimicamente fondato. Il processo di diluizione con cui sono preparati gli omeopatici è così spinto che nel prodotto finale non rimane alcuna traccia delle eventuali molecole bioattive di partenza. A titolo di esempio, la scheda informativa di un noto prodotto per la prevenzione e la cura delle sindromi influenzali – commercializzato dalla multinazionale leader del settore – riporta esplicitamente che 1 grammo di prodotto è stato ottenuto diluendo 1 a 100 per ben 200 volte il “principio attivo”, e unendo il risultato ad 1 grammo di zuccheri. In sintesi, il consumatore ignaro finisce per curarsi assumendo zucchero pagato a peso d’oro, pur nella convinzione che questo sia efficace.
I sostenitori dell’omeopatia talvolta ribattono che si, è vero, probabilmente il prodotto acquistato non contiene più tracce delle molecole “curative”, ma ne conserverebbe “la memoria”. Non è difficile controbattere che questa affermazione non ha alcun fondamento scientifico.
Eppure, anche di fronte all’assenza di evidenze sperimentali rigorose e serie, in tanti curano i propri figli e addirittura i propri animali con questi medicamenti alternativi, giustificandosi col fatto che “l’omeopatia ha funzionato in tanti casi”. Ma è vero che funziona? In realtà, gli omeopatici hanno successo perché sempre “per caso” si può guarire di influenza velocemente in maniera spontanea e senza postumi, o addirittura non si contrae il virus influenzale, e così via. Così, sfruttando la casualità, i produttori di omeopatici vendono eventi che si verificheranno in ogni caso, nel silenzio generale. A meno che, come nel caso del bambino morto pochi giorni fa, non vi siano complicazioni serie che portino finalmente in evidenza questa stortura.
Per fortuna il fenomeno dell’omeopatia sembrerebbe subire un forte ridimensionamento. Infatti il 10 aprile, in occasione della giornata mondiale delle cure omeopatiche, l’Ansa ha informato che per la prima volta si è registrato un drastico calo del consumo di questi prodotti in Italia, in cui il fatturato rimane comunque importante (quasi 300 milioni di euro nel 2016). Nonostante le imprese del settore parlino di un calo fisiologico, ulteriori riduzioni sono previste nel prossimo futuro, per una stretta sulle autorizzazioni all’immissione in commercio.
Per spiegare il successo di queste cure alternative si potrebbe facilmente scomodare la cronica mancanza di cultura scientifica nell’italiano medio. Sono circa 8 milioni gli italiani che acquistano omeopatici: la promozione della cultura scientifica in Italia, vero e definitivo antidoto a questo successo, è un processo che richiede tempo; nell’immediato, l’auspicio è che il ministero della Salute non commetta l'errore di concedere proroghe deleterie al previsto iter del rinnovo delle autorizzazioni.
*Ricercatore di Genetica all’Università di Sassari
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