La plastica soffoca il mare, anche quello sardo
L'ANALISI - Negli oceani “isole” di rifiuti su 15 milioni di km quadrati. E nel Mediterraneo il fenomeno diventa preoccupante
La nostra vita dipende dagli oceani, ma per colpa dell'uomo i mari sono una discarica di rifiuti. Le previsioni sul futuro sono davvero preoccupanti: nel 2050, facendo snorkeling con maschera e pinne potremmo osservare “splendidi esemplari” di colorati sacchetti e luccicanti tappi di plastica. Con il risultato di non vedere più pesci, o comunque in numero minore rispetto a oggi.
Un tema centrale dunque, quello del marine litter, al centro in questi giorni della prima conferenza mondiale sugli Oceani alle Nazioni Unite, a New York. Promossa grazie all'iniziativa dei governi di Svezia e isole Fiji e dove l’Italia, presente con una delegazione del Ministero dell’Ambiente, ha aderito alla campagna “Clean Seas” dell’Unep, il programma Onu per l’ambiente, intento a sensibilizzare il fenomeno del marine litter a livello internazionale.
A conferma del rischio ben noto ormai ci aiuta anche l’ultimo rapporto dell’associazione Mare Vivo, dal centrato titolo Mare Mostro. I dati sono impietosi: nel mare esistono ben cinque vortici oceanici in cui si accumulano rifiuti, le isole di plastica, ormai tristemente note. Esistono negli oceani del mondo agglomerati di plastica, creatisi dai rifiuti gettati in acqua dall’uomo, delle dimensioni di uno stato. Il primo di questi agglomerati, scoperto quasi venti anni fa nel Pacifico nord-orientale da un velista impegnato in una traversata tra la California e le isole Hawaii, ricopre una superficie di 8 milioni di km quadrati. Per intendersi, gli Stati Uniti d’America si estendono per circa 10 milioni di km quadrati… E non è la sola isola di plastica.
Tra le tante, meritano una citazione quella nel nord dell’Atlantico, che sfiora i 4 milioni di km quadrati di superficie, e quella tra India e Madagascar, che ne misura “solo” 2. Contando altri agglomerati minori, gli oceanografi stimano che circa 15 milioni di km quadrati delle acque del globo siano occupate dalle fluttuanti isole di plastica. Una stima abnorme, con un impatto economico devastante: 13 miliardi di dollari l’anno, a scapito dell’industria ittica, del trasporto via mare e, naturalmente, del turismo. Questi dati sono stati presentati nell’ultimo World Economic Forum.
La Sardegna non è immune da questo dramma ambientale, seppure la limpidezza delle sue acque è nota in tutto il mondo. Il recente studio condotto dall’Istituto di Scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici assieme all’Università di Ancona, effettuato sulle coste sarde, siciliane e pugliesi, ha confermato la presenza di due chilogrammi di plastica per chilometro quadrato nelle acque della Sardegna e delle altre due regioni prese in considerazione.
Occorre accendere i riflettori su una realtà rischiosa, il livello d'inquinamento nelle acque terrestri: per ogni chilo di pesci ci sono ben duecento grammi di plastica, una stima che, appunto, andando avanti di questo passo raggiungerà il rapporto di uno a uno. Un livello che avrebbe effetti devastanti non solo per il mondo dei pesci, ma per la catena alimentare in generale. I pesci infatti scambiano facilmente per prede, quindi cibo, i rifiuti in plastica nei quali si imbattono, con l’inevitabile ingresso della plastica nella loro e poi nostra dieta. Senza contare che ogni anno migliaia di animali marini muoiono perché soffocati, feriti o imprigionati nella plastica in cui incappano sott’acqua.
Bisogna fare qualcosa. La tutela degli ecosistemi marini, per un paese come l’Italia circondato dal mare, è infatti di vitale importanza, ed in questo ambito la problematica del marine litter deve essere al centro delle politiche ambientali. A riguardo, l’Italia è al lavoro con grande attenzione: sono state già previste specifiche misure relative allo sversamento dei rifiuti in mare, volte non solo ad aumentare la consapevolezza in merito al fenomeno, ma anche a favorire una filiera per il recupero delle reti non più utilizzabili e degli altri rifiuti legati alla pesca, e a garantire lo smaltimento senza costi per quelli tirati a bordo dai pescatori, incentivandone l’azione in mare.
Senza contare che il governo da anni è impegnato in una battaglia contro la produzione di buste di plastica, tra i rifiuti più presenti nelle nostre acque (25 milioni di sacchetti ogni 1000 km di costa nel Mediterraneo, secondo Legambiente). Dal 2012 le buste di plastica monouso non biodegradabili e non compostabili sono state messe al bando, facendo registrare una drastica riduzione del loro consumo. Insomma, è fondamentale continuare ad essere in prima linea nella difesa delle nostre acque, se tra 30 anni non vogliamo nuotare in mezzo ai sacchetti della spesa.
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