Sassari, paziente suicida: psichiatri a giudizio
di Nadia Cossu
Un uomo si buttò dal ponte Rosello dopo essersi allontanato dalla comunità “I Mandorli”. Il pm: «Nessuno vigilò»
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SASSARI. Secondo il pubblico ministero Carlo Scalas quel paziente affetto da «schizofrenia paranoide ad andamento cronico» non doveva esser lasciato solo. Andava sorvegliato e qualcuno – la notte del 19 dicembre di cinque anni fa – avrebbe dovuto impedirgli di allontanarsi dalla comunità protetta “I Mandorli” di Sassari in cui si trovava in regime di trattamento sanitario obbligatorio. Invece l’uomo riuscì a lasciare la struttura di Rizzeddu, a raggiungere il ponte di Rosello e a togliersi la vita.
Per quei fatti, ieri mattina, il gup Michele Contini ha rinviato a giudizio Mauro Meloni, sassarese di 44 anni, conduttore sociale della comunità protetta “I Mandorli”, Martino Brandano, 62 anni, originario di Lecce, psichiatra del centro di salute mentale di Alghero e Isabella Nadia Satta, 37 anni, di Sassari, psichiatra della comunità di Rizzeddu. Il processo nel quale i tre compariranno come imputati di omicidio colposo comincerà il 22 settembre davanti al giudice monocratico Valentina Nuvoli.
Secondo il titolare dell’inchiesta – la cui tesi è stata evidentemente condivisa dal giudice Contini – i tre avrebbero dovuto capire la gravità della situazione e prendere tutte le precauzioni perché l’uomo non si allontanasse dalla struttura sanitaria in cui era ricoverato. Per il pm Scalas i due medici e il responsabile della comunità avrebbero «omesso di apprestare le specifiche cautele necessarie per la protezione del paziente e dirette a evitare che la malattia degenerasse in atti autolesionistici».
L’indagine era partita dopo la denuncia dei familiari della vittima che si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Claudio Mastandrea, Salvatore Dettori e Gianni Censori, mentre i tre accusati sono difesi dai legali Pietro Diaz, Luigi Esposito, Rita Vallebella e Franca Lendaro. Davanti al gup la Satta e Meloni si erano sottoposti a esame e avevano respinto le accuse spiegando al giudice di aver seguito il protocollo e di aver immediatamente allertato la polizia non appena quel giorno si resero conto dell’allontanamento del paziente.
Pochi giorni prima della tragedia, dopo un primo tentativo di suicidio, Isabella Nadia Satta aveva chiesto il trattamento sanitario obbligatorio e il suo collega Martino Brandano lo aveva convalidato. Il paziente aveva infatti tentato di togliersi la vita già una prima volta il 9 ottobre del 2012, ma era stato salvato in extremis. Il pomeriggio del 19 dicembre, poche ore prima di allontanarsi, aveva minacciato di farsi del male durante un colloquio con il personale sanitario della comunità. Poi nessuno lo aveva più visto. Qualche ora dopo era arrivata la notizia della sua morte quando i vigili del fuoco e la polizia avevano recuperato il corpo sotto ponte Rosello.
Per quei fatti, ieri mattina, il gup Michele Contini ha rinviato a giudizio Mauro Meloni, sassarese di 44 anni, conduttore sociale della comunità protetta “I Mandorli”, Martino Brandano, 62 anni, originario di Lecce, psichiatra del centro di salute mentale di Alghero e Isabella Nadia Satta, 37 anni, di Sassari, psichiatra della comunità di Rizzeddu. Il processo nel quale i tre compariranno come imputati di omicidio colposo comincerà il 22 settembre davanti al giudice monocratico Valentina Nuvoli.
Secondo il titolare dell’inchiesta – la cui tesi è stata evidentemente condivisa dal giudice Contini – i tre avrebbero dovuto capire la gravità della situazione e prendere tutte le precauzioni perché l’uomo non si allontanasse dalla struttura sanitaria in cui era ricoverato. Per il pm Scalas i due medici e il responsabile della comunità avrebbero «omesso di apprestare le specifiche cautele necessarie per la protezione del paziente e dirette a evitare che la malattia degenerasse in atti autolesionistici».
L’indagine era partita dopo la denuncia dei familiari della vittima che si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Claudio Mastandrea, Salvatore Dettori e Gianni Censori, mentre i tre accusati sono difesi dai legali Pietro Diaz, Luigi Esposito, Rita Vallebella e Franca Lendaro. Davanti al gup la Satta e Meloni si erano sottoposti a esame e avevano respinto le accuse spiegando al giudice di aver seguito il protocollo e di aver immediatamente allertato la polizia non appena quel giorno si resero conto dell’allontanamento del paziente.
Pochi giorni prima della tragedia, dopo un primo tentativo di suicidio, Isabella Nadia Satta aveva chiesto il trattamento sanitario obbligatorio e il suo collega Martino Brandano lo aveva convalidato. Il paziente aveva infatti tentato di togliersi la vita già una prima volta il 9 ottobre del 2012, ma era stato salvato in extremis. Il pomeriggio del 19 dicembre, poche ore prima di allontanarsi, aveva minacciato di farsi del male durante un colloquio con il personale sanitario della comunità. Poi nessuno lo aveva più visto. Qualche ora dopo era arrivata la notizia della sua morte quando i vigili del fuoco e la polizia avevano recuperato il corpo sotto ponte Rosello.
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