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Sassari

Bancali, la “casa” dei detenuti sassaresi 

di Giovanni Bua
Bancali, la “casa” dei detenuti sassaresi 

Sono più della metà dei 367 “comuni”, dividono la struttura con 90 super boss e 20 sospettati di terrorismo internazionale

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SASSARI. Pochi agenti, spesso male impiegati, nonostante la presenza di 90 super boss in 41-bis e 20 sospetti terroristi in regime di alta sicurezza. Pochissimi mediatori culturali, che nulla possono fare per risolvere i problemi di interazione con le 27 etnie presenti. Una città che ogni tanto bussa al portone blindato tra incontri con le scuole, film festival, visioni solidali e candeliere dei reclusi. Ma che per di più si dimentica di una parte di sè (la maggior parte dei presenti sono sassaresi), chiusa tra quattro mura lontane, che non riesce a parlare con famiglie e avvocati, ad avere accesso alle cure sanitarie, a imparare un lavoro, a ripartire.

Chiaroscuro. È una foto in chiaroscuro quella della Casa circondariale di Bancali. Operativa dal luglio 2013 per sostituire l’ottocentesco carcere cittadino di San Sebastiano, a ragione considerato uno dei peggiori d’Italia, dopo una laboriosa progettazione e costruzione, calibrata su misura per farla diventare uno dei super carceri dedicati alla detenzione dei boss della criminalità organizzata. A “scattarla” Mario Dossoni, garante dei detenuti del Comune di Sassari, al lavoro dal gennaio 2016, che ha presentato in Consiglio la relazione sul suo primo anno e mezzo di attività. «Il carcere è un servizio per la comunità, che deve tendere a includere o ricollocare le persone – ha spiegato –. Io ho cercato di consolidare il rapporto tra la città e il carcere, di promuovere iniziative all’interno della struttura, ma soprattutto ho ascoltato le persone detenute e le loro famiglie. Per rappresentare insieme disfunzioni e possibilità che ci sono all’interno di una realtà così difficile e complessa».

I numeri. A Bancali sono detenute 457 persone. Di queste 90 in regime del 41bis. Dei 367 rimanenti, 226 (62%) sono italiani e 141(38%) di origine straniera. I nati in Sardegna sono 197 (80%) e i sassaresi 82 (pari al 42% dei sardi). Se a questi si aggiungono le 42 persone nate in provincia, risulta che oltre la metà (55%) delle persone detenute a Bancali, escludendo il 41bis, sono della provincia di Sassari.

La gestione della vita carceraria e delle attività interne è affidata a circa 200 agenti effettivi di polizia penitenziaria, gli educatori sono 5 e ci sono diverse unità di personale amministrativo. Un direttore, l’espertissima Patrizia Incollu, senza però vice. «Organico – spiega il garante – evidentemente inadeguato e spesso mal utilizzato».

Le sezioni. I detenuti sono suddivise in sezioni, dove si trovano le “camere di pernottamento”, (secondo la nuova dizione dell’amministrazione penitenziaria) e una sala di socialità. Nelle ex celle sono presenti due o tre detenuti e ognuna è dotata di un bagno e un angolo per preparare i pasti. I locali sono riscaldati ma non climatizzati, dotati di televisore e di un dispositivo per comunicare con il personale.

La struttura. Nella struttura c’è una piccola sezione, in un’ area separata dal corpo centrale, dove sono rinchiuse le donne, sono 18 (10 sassaresi). Hanno una palestra e una biblioteca. Isolati in una sezione del corpo centrale gli AS2, accusati di terrorismo. Sono 20, non possono aver contatti con gli altri detenuti. Hanno accesso alla palestra e possono richiedere libri. Attualmente fruiscono di un corso di lingua italiana. In una sezione a sé stante sono collocati i “protetti”: 35 persone. Comprende i sex offender, ex appartenenti alle forze dell’ordine, pentiti. Non possono aver contatti con gli altri. Usufruiscono di diverse attività.

Le 90 persone in regime di 41bis sono in un’ala separata in blocchi organizzati per quattro persone. Vivono in isolamento costante con un’ora d’aria e un’ora di socialità. Hanno una biblioteca e attrezzi per ginnastica nelle stanze di socialità.

I “comuni”, condannati per reati di natura diversa e con pene detentive molto differenti, da pochi mesi a trent’anni, sono divisi in sette sezioni. In un’area esterna sono collocate le persone detenute che svolgono lavori in cui hanno contatto con l’ esterno o sono in semilibertà.

Conclusioni. «Permangono– sottolinea Dossoni – nonostante controllo elettronico e sorveglianza dinamica, modalità di gestione ancora troppo “custodialistica” e meno rivolta alla realizzazione e gestione di attività. C’è una infantilizzazione delle persone detenute, non si ottengono risposte alle richieste, ci sono ordini ma non si possono fare osservazioni. Ci sono già criticità strutturali e un grande problema di utilizzo dell’acqua, spesso razionata, e di pessima qualità. Altro grave problema è la sanità. C’è un h24 ma scarsissimo accesso alla specialistica. In una situazione in cui non c’è nessuna possibilità di scelta è un vero dramma. Ci sono problemi legati alle relazioni con le famiglie, che per un’ora di colloquio hanno necessità di attendere mattinate intere, con grossi ostacoli nelle relazioni affettive e sociali. Io ho sempre avuto grande libertà di movimento, e ho potuto vedere che tanto si è fatto e tantissimo c’è da fare».

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