La Nuova Sardegna

Sassari

L’acqua è il bene più prezioso, e il Sahel non è così lontano  

Alfredo De Girolamo
Una vignetta di Gef Sanna sulla desertificazione che avanza anche in Sardegna
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Una vignetta di Gef Sanna sulla desertificazione che avanza anche in Sardegna

L'OPINIONE - L’Italia deve intervenire per eliminare le perdite di rete. Il primato di Cagliari: prima in classifica per dispersione

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Sahel, Africa sub-sahariana. È quella striscia di territorio africano che taglia parallelamente il continente africano e che comprende Burkina Faso, Ciad, Eritrea, Mali, Mauritania, Niger, Senegal e Sudan. Storicamente, il Sahel è una delle aree a maggior rischio desertificazione di tutto il Mondo: la mancanza di acqua è costante, l’approvvigionamento idrico drammaticamente difficoltoso. In questa fascia di terra vivono in perenne rischio di carestia 135 milioni di persone, che secondo le stime potrebbero diventare 330 milioni tra 30 anni e il doppio, 670 milioni, alla fine del primo secolo del secondo millennio. Il tutto in uno scenario di aumento della temperatura che, per ragioni climatiche e di posizione, vede l’Africa molto più esposta degli altri paesi: nel 2050 le temperature medie potrebbero essere più calde di ben 5 gradi, addirittura 8 al 2100. Per intenderci, se oggi la media massima nei mesi più caldi si aggira sui 42°, nei prossimi decenni arriverebbe a toccare i 47° per poi sfondare la barriera dei 50°. Una catastrofe che potrebbe portare in futuro alla più grossa migrazione di massa nella storia dell’umanità qualora si avverasse la previsione del Washington Post, secondo cui la reazione a catena di scioglimento dei ghiacci dell’Artico causato dal surriscaldamento, porterebbe quella zona del Mondo al totale inaridimento.

Questo scenario apocalittico, per quanto distante, non può lasciarci indifferenti. Soprattutto alla luce del fatto che mentre in zone come il Sahel una misera goccia d’acqua è preziosa quanto il più puro dei diamanti, in Italia le perdite idriche sono sostanziose. Vari studi di settore pubblicati quest’anno fanno sapere infatti che nel nostro Paese, per quanto sia stato raggiunto un livello di maturità in termini acquedottistici – 425.000 km di rete, otto miliardi di metri cubi di acqua distribuita agli utenti, un servizio che copre ormai il 95,6% della popolazione, con una qualità dell’acqua buona e l'interruzione dei servizi ormai molto contenuti – vengono riscontrate criticità importanti nelle perdite di rete. Il 36% è la media nazionale dell'acqua persa: il dato in percentuale al Nord è intorno 26% mentre il Sud è al 46%. Tale problematica è direttamente connessa alla dimensione degli investimenti, ancora troppo pochi, che i gestori effettuano sulle reti in termini di manutenzioni e sostituzioni. Il tasso di rinnovo annuale delle reti medio italiano è pari allo 0,38%, un valore estremamente basso dal momento che per metterle in sicurezza servirebbe operare almeno quattro volte tanto. Così facendo invece le reti invecchiano e si deteriorano, e la riduzione delle perdite procede troppo lentamente.

La Sardegna, secondo i dati del rapporto sul nuovo bilancio idrologico e idrico nazionale di Italiasicura è tra le regioni messe peggio. Lo studio presentato dalla struttura di Missione per il Dissesto Idrogeologico presso la presidenza del Consiglio dei ministri e realizzato in collaborazione con Istat e Ispra (l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale del Ministero dell’Ambiente) è inequivocabile. Tempio Pausania, Iglesias, Cagliari e Sassari sono rispettivamente al secondo, quarto, sesto e decimo posto della classifica dei capoluoghi di provincia con le maggiori perdite idriche, mentre il capoluogo regionale ha l’infelice primato della città italiana con la maggiore dispersione d’acqua quotidiana per chilometro di rete, oltre 161 metri cubi.

In generale, l’Italia sconta ancora ritardi su fognatura e depurazione, come dimostrano anche le procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea. La copertura del servizio di fognatura è ancora al 93% mentre quello di depurazione al 78,5%: in sintesi significa che il 10% dei cittadini non ha uno scarico adeguato ma soprattutto che il 22% non depura e rilascia nell’ambiente scarichi non trattati. Problemi che si evidenziano anche per la natura del sistema fognario: il 51% delle reti sono miste, il 37% separa le acque nere, solo il 9% separa quelle meteoriche. Caratteristiche infrastrutturali che si scontrano con le modifiche climatiche in corso, trasformandosi in emergenza con l’aumento degli eventi di punta, come le bombe d’acqua e i flash flood. È urgente porre mano anche a questo tipo di investimenti per adattarsi ai cambiamenti climatici, a partire dalle fognature separate e dagli scaricatori di piena, strategie fondamentali per completare la copertura dei servizi di fognatura e depurazione, recuperare le perdite di acqua, migliorare la qualità del servizio e affrontare le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Per non ritrovarci, insomma, nelle condizioni di criticità del Sahel. Che non è poi così lontano da noi.


 

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