La Nuova Sardegna

Sassari

Tutelare i ricci di mare per salvare anche i fondali

Tutelare i ricci di mare per salvare anche i fondali

Rivista internazionale pubblica ricerca guidata dal Dipnet dell’ateneo sassarese. Le acque limpide del nord Sardegna messe a confronto con quelle catalane

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SASSARI. La tutela del riccio di mare non interessa solo i tanti buongustai che li apprezzano a tavola, ma anche gli ambientalisti e gli studiosi del mare. Tra questi ci sono i ricercatori del Dipnet (Dipartimento di Scienze della natura e del territorio) dell’Università di Sassari che hanno condotto uno studio insieme con i colleghi spagnoli, inglesi e indiani. Lo studio nei giorni scorsi è stato pubblicato sulla rivista iunternazionale “Proceedings of the royal society b: biological sciences” e contiene importanti notizie sulla salvaguardia della flora e della fauna marine.

I ricercatori sono partiti da una constatazione: i ricci di mare che mediamente “pascolano” in un metro quadrato nei fondali marini sardi sono circa la metà di quelli presenti nello stesso spazio nei mari catalani. Questo – è la spiegazione del gruppo di lavoro guidato da Giulia Ceccherelli – perché i mari limpidi della Sardegna rendono i fondali poco appetibili per i ricci in confronto alle acque catalane più ricche di sostanze nutrienti. «In Sardegna, le alghe crescono più lentamente a causa del minor apporto di nutrienti presenti nelle acque – si legge in una nota dell’Università che annuncia la pubblicazione dello studio nella rivista internazionale – e ciò influisce sulla proliferazione dei ricci e sullo stato di desertificazione (barren) dei nostri fondali che sono maggiormente a rischio».

Attraverso una serie di osservazioni empiriche fatte prevalentemente a Costa Paradiso, mediante esperimenti sul campo e in laboratorio e modelli matematici, si è compreso che «in acque eutrofiche come quelle catalane, è necessaria una densità di 38 ricci adulti al metro quadro per ottenere il barren, quasi il doppio della densità necessaria in condizioni di oligotrofia, come quella che caratterizza le coste in Sardegna, dove bastano 22 ricci al metro quadro per avere un fondale desertificato con un'elevata perdita in termini di biodiversità».

«I meccanismi responsabili di queste differenze – spiegano al Dipnet – sono legati al modo in cui le sostanze nutritive modificano il foraggiamento dei ricci e la velocità di crescita delle alghe». La desertificazione dei fondali esiste in entrambe le zone, ma nei mari sardi si può formare molto più facilmente.

Lo studio coordinato dall’Università di Sassari contribuisce a rendere prevedibili i cambiamenti di stato dei fondali marini allo scopo di mantenere la biodiversità dei sistemi naturali a cui i ricci danno un importante contributo. «Per questo – argomentano i ricercatori – devono essere tutelati anche attraverso una regolamentazione della pesca che non può essere uguale in tutto il Mediterraneo, ma deve tener conto delle specificità del sito».



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