La Nuova Sardegna

Sassari

Sopravvivere coi selfie al trionfo del terrore

Tommaso Gazzolo

LA RIFLESSIONE - Dopo la strage di Barcellona gli autoscatti non si sono fermati neppure davanti alla morte: per molti è ormai l’unico modo di dimostrare a se stessi di esistere

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Autoscatto / I “terroristi”, come le loro vittime, sono legati tra loro dalla morte. I sopravvissuti sono, invece, i turisti in canottiera che girano per le ramblas e “postano” su facebook messaggi rassicuranti del tipo: «qui tutto è tornato alla normalità, mamma». Un selfie sorridente – con dietro le ambulanze – per dimostrarlo. È stato un ragazzo napoletano il più veloce, a Barcellona, a scattarsi un selfie con la strage sullo sfondo, nel gesto di fare “ok” con il pollice. Ci si potrebbe fermare qui. Ma se, come scrive Canetti, la “situazione del sopravvivere”, la situazione di chi si trova, vivo, davanti al cospetto di un corpo morto, è la situazione del potere, è il fondamento del potere, allora ciò che chiamiamo oggi “terrorismo” è riuscito, più che a cambiare le nostre abitudini di vita, come molti dicono, a celebrare il potere del selfie. Gli sguardi inebetiti e divertiti di questi turisti a pochi minuti dalla strage, si capisce che essi non possono fare a meno della passione della sopravvivenza. E che il selfie – se non si ferma neppure qui, di fronte alla morte – è divenuto l’unico modo, per molte persone, di dimostrare a se stesse, prima che agli altri, di essere ancora vive, di esistere. Autoscatto, quindi sono. Sopravvivo, quindi sono stato. Se nel selfie c’è l’investimento narcisistico della propria immagine, è forse perché soltanto attraverso il selfie riesco ad avere un’immagine di me, a vedermi. Ma il selfie, come ogni immagine, non può che restituirmi un’identità “sdoppiata”, scissa, ideale e per questo irraggiungibile – occorrerà allora un altro selfie, per restituirmi un’immagine “completa” di me stesso, e poi ancora un altro, e così via, all’infinito.

Foto tessera / Le facce dei terroristi – di cui i giornali hanno pubblicato le fotografie – sono facce di perdenti. Facce di figli di immigrati, e figli dei miti e dei “valori” occidentali: uno di loro passava il tempo a leggere fumetti della Marvel. Niente di più lontano dalle barbe religiose e dagli occhi vivi delle foto dei terroristi di Al-Quaeda. Il loro gesto, forse, somiglia più a quello delle stragi che periodicamente vengono commesse nelle scuole americane, che non ad un “attacco terroristico”. Mi viene da pensare alla delusione, al senso di perdita che forse qualcuno di loro ha provato quando ha scoperto che Batman non esiste.

Campo lungo / Una foto scattata pochi minuti dopo la strage, mostra il corpo riverso di una ragazza. Altri due corpi, poco distanti. Soli, abbandonati. Tre poliziotti si aggirano, intorno. Si muovono lentamente, con i loro scarponi militari, i giubbotti protettivi, i mitra in mano. C’è qualcosa di assurdo, nel loro modo, insieme impotente ed arrogante, sicuro ed impaurito, protettivo ed inutile, di guardarsi in giro, senza trovare nulla che ormai dia senso alla loro presenza.

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