L'insostenibile costo sociale della violenza sulle donne

Ancora un caso di violenza su una donna in Gallura

L'OPINIONE - In Italia 7 milioni maltrattate almeno una volta nella vita. E la famiglia si dimostra il luogo più pericoloso

Lo stesso giorno in cui un’anziana donna di Domusnovas, nella provincia del sud Sardegna, veniva uccisa dal marito, affetto, pare, da disturbi mentali, la Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere “audiva” – per prendere a prestito il termine in uso nel vetusto linguaggio giuridico-amministrativo – il presidente dell'Istituto nazionale di statistica (Istat). Il chiarimento sulla questione “definitoria”, fornito prima di dare il via all’impressionante raffica di dati e cifre, ci aiuta anche nella classificazione dell’omicidio di Domusnovas che si sarebbe portati a non inserire – per l’età della vittima, la salute mentale dell’omicida, e il movente – nel conteggio corrente dei femminicidi di cui la cronaca si è occupata nel 2017.

Lo sarà, invece, presumibilmente, in base al riconoscimento effettuato di recente dall’United Nations Office on Drugs and Crime per la definizione e l'implementazione della Classificazione internazionale dei reati – che si avvale di esperti, compreso l’Istat: l’ omicidio di una donna compiuto nell'ambito familiare, ovvero dal partner, da un ex partner, o da un parente, è un femminicidio. Non è un termine che piace a tutti/e – si sa – ma se non altro assume un nome proprio e non confluisce nel nome neutro e generico di omicidio. Esaminate in questa luce le elaborazioni Istat sui dati del ministero dell'Interno acquistano spessore. Se si considera la relazione autore/vittima dei 149 omicidi di donne compiuti nel 2016 in Italia si vede che circa 3 su 4 sono stati commessi nel contesto familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente.

Le differenze di genere emergono in tutta la loro forza: sempre l’anno scorso, i maschi vittime di omicidio nell'ambito delle relazioni familiari sono stati 40 su un totale di 251 (pressappoco 1 su 6 ). Ancora. La tendenza, costante, negli ultimi decenni, al calo del numero di omicidi riguarda specialmente gli uomini (tra cui l’incidenza resta comunque nettamente più alta): la percentuale delle vittime è passata da 4 a 0,9 (ogni 100 mila abitanti) tra il 1992 e il 2015, mentre per le donne il tasso è sceso da 0,6 a 0,4.

La diminuzione, a ritmi lenti, ha riguardato peraltro le donne uccise da un assassino sconosciuto o non identificato e non nel contesto della famiglia, per mano di un marito, di un convivente, di un fidanzato: una tragedia quasi quotidiana a cui ci hanno abituato le cronache dei giornali e la Tv che fa arrivare nello spazio pubblico sprazzi di intimità, strappati dalle case, dalle coppie, dalle famiglie, dalla ristretta cerchia degli amici. Oltre alla «forma più estrema di violenza di genere», il femminicidio, drammatico fenomeno che ha radici antiche e profonde, sociali e psicologiche, c’è quell’immensa zona grigia della violenza fisica e sessuale, «di difficile misurazione», che si consuma all’interno delle mura domestiche, dove le donne corrono il maggior rischio di violenze e abusi, da parte di familiari o persone vicine. La famiglia, che nell’immaginario collettivo rappresenta il luogo più sicuro, è per le donne più pericolosa di una strada di città nel buio della notte. Le stime dell’Istat, relative ad un’indagine del 2014, disegnano uno scenario drammatico: sarebbero poco meno poco meno di 7 milioni le donne che, tra i 16 e i 70 anni, hanno subito una delle innumerevoli forme di violenza fisica o sessuale, dallo spintone, allo strattonamento, alla molestia fino al tentativo di strangolamento o allo stupro.

C’è da dire che la violenza, quella denunciata e quella nascosta dal silenzio, ha anche un costo economico, pubblico e privato che l’Istat ha quantificato richiamando, voce per voce, i costi diretti della violenza per le vittime: spese per cure mediche e psicologiche presso strutture private, per farmaci, per assistenza legale e per danni a proprietà. E a queste vanno aggiunti i costi che ricadono sulla collettività, per le prestazioni sanitarie nel pubblico, per quelli legati ai servizi di polizia, ai procedimenti penali contro i “maltrattanti” , per le Case delle Donne e altre strutture di intervento, fino alla riduzione del reddito prodotto per assenze dal lavoro e minor rendimento sul lavoro. Senza parlare dei «costi sociali indiretti sugli figli e sulla famiglia delle donne abusate e sull'intera società».

Non è “malamore” quello che ha spinto il delitto di Domusnovas. L’uomo che ha ucciso la compagna di una vita, nella casa di famiglia, non assomiglia ai protagonisti dei cosiddetti “delitti passionali”. Era affetto da disturbi psichici, a quanto si dice ora, a tragedia avvenuta. Ma la donna – contro la quale ha usato anche un martello – è simile alle tante donne che hanno cisto cambiare i propri-mariti/compagni, giorno dopo giorno, e hanno continuato a stargli accanto. Lei è una di loro, nella speciale Spoon River delle donne vittime di femminicidio.
 

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