Migranti a Sant’Orsola, il rione si divide
di Nadia Cossu
Incontro con il Comune dopo l’attentato alla villa Pilo. Ma c’è chi gli immigrati li vuole: «Un arricchimento per i nostri figli»
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. «Questo dove siamo riuniti oggi è un luogo di culto, qui ci ritroviamo la domenica per pregare. E proprio qui dovremmo guardare in faccia quei ragazzi immigrati poco più che adolescenti e vergognarci di quello che abbiamo scritto contro di loro sui social network. Il problema non sono questi ragazzi, il problema è questo quartiere. La sua chiusura, il modo in cui è strutturato».
La voce pacata ma allo stesso tempo ferma e severa è quella di una donna che vive a Sant’Orsola, di fronte alla villa dei Pilo, la casa che doveva accogliere otto migranti e che è stata presa di mira dagli incendiari dieci giorni fa. «Voglio dire a tutti i presenti che le persone della nostra via, quelle che abitano di fronte e a fianco ai Pilo, non hanno alcuna paura». Parla al microfono e con il suo intervento spezza il clima di tensione che ha caratterizzato buona parte dell’incontro di ieri sera nel salone parrocchiale della chiesa del rione. Un’iniziativa voluta dall’amministrazione comunale per parlare dello Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Incontro al quale hanno partecipato anche il sindaco Nicola Sanna, il prefetto Giuseppe Marani, l’assessora alle Politiche sociali Monica Spanedda, il presidente del comitato per Sant’Orsola Francesco Piras e la referente regionale programmi Sprar dell’organizzazione non governativa Gus, Katia Luciani.
La tensione c’è stata soprattutto quando alcuni militanti di Casa Pound – che si trovavano in fondo alla stanza – hanno srotolato uno striscione con la scritta: “No al business dell’accoglienza”. Concetto ribadito dal coordinatore cittadino Andrea Farris che ha preso la parola per esprimere dissenso contro «il trasferimento di milioni di euro pubblici nelle casse di cooperative e associazioni che lucrano sulla pelle dei migranti». A quel punto è arrivato il sostegno degli altri esponenti di Casa Pound che si sono poi allontanati mentre qualcuno dalla platea urlava contro di loro: «Vergognatevi!».
«Stiamo affrontando un problema complesso – le parole del prefetto Marani – con innumerevoli sfaccettature che vanno superate sfruttando la parte migliore di noi: la razionalità. Sono qui perché ho bisogno di capire quali sono le paure, le aspettative, le ragioni. Stiamo cercando di raggiungere un’accoglienza il più possibile sostenibile, nel rispetto assoluto delle regole, visto che si fa riferimento a denari pubblici». Soldi che, come ha precisato Monica Spanedda «vengono spesi per questo tessuto economico e sociale. Perché vengono impiegati giovani laureati nelle nostre università come assistenti sociali, mediatori culturali, educatori».
La Ong “Gus” che ha preso in affitto la casa dei Pilo a Sant’Orsola aveva partecipato al bando del Comune di Sassari per un progetto che prevede piani individuali di inserimento scolastico e lavorativo. Nel caso specifico erano otto i migranti destinati all’abitazione che qualcuno voleva incendiare: «Quello che è successo – ha detto Stefano Pilo, proprietario della casa – è di una gravità assoluta perché è stata messa a repentaglio la vita delle persone che abitano a fianco». Un attentato condannato dai vicini, a favore dell’accoglienza: «Come quartiere abbiamo perso un’occasione importante che ci avrebbe arricchito e che avrebbe arricchito i nostri figli».
«Capisco i timori dei miei concittadini – ha detto il sindaco Nicola Sanna – e mi preoccupa la presenza di forze occulte che giocano sulle paure di tutti noi. Ma siamo qui per ascoltare e ragionare insieme». E di fronte al rimprovero mosso da qualcuno sul ritardo con il quale il rione è stato informato dell’imminente arrivo dei migranti, è arrivato il mea culpa della Luciani: «Solitamente parliamo con i dirimpettai o con gli inquilini dei palazzi dove andranno a vivere gli immigrati. Forse in questo caso avremmo dovuto suonare tutti i campanelli...».
La voce pacata ma allo stesso tempo ferma e severa è quella di una donna che vive a Sant’Orsola, di fronte alla villa dei Pilo, la casa che doveva accogliere otto migranti e che è stata presa di mira dagli incendiari dieci giorni fa. «Voglio dire a tutti i presenti che le persone della nostra via, quelle che abitano di fronte e a fianco ai Pilo, non hanno alcuna paura». Parla al microfono e con il suo intervento spezza il clima di tensione che ha caratterizzato buona parte dell’incontro di ieri sera nel salone parrocchiale della chiesa del rione. Un’iniziativa voluta dall’amministrazione comunale per parlare dello Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Incontro al quale hanno partecipato anche il sindaco Nicola Sanna, il prefetto Giuseppe Marani, l’assessora alle Politiche sociali Monica Spanedda, il presidente del comitato per Sant’Orsola Francesco Piras e la referente regionale programmi Sprar dell’organizzazione non governativa Gus, Katia Luciani.
La tensione c’è stata soprattutto quando alcuni militanti di Casa Pound – che si trovavano in fondo alla stanza – hanno srotolato uno striscione con la scritta: “No al business dell’accoglienza”. Concetto ribadito dal coordinatore cittadino Andrea Farris che ha preso la parola per esprimere dissenso contro «il trasferimento di milioni di euro pubblici nelle casse di cooperative e associazioni che lucrano sulla pelle dei migranti». A quel punto è arrivato il sostegno degli altri esponenti di Casa Pound che si sono poi allontanati mentre qualcuno dalla platea urlava contro di loro: «Vergognatevi!».
«Stiamo affrontando un problema complesso – le parole del prefetto Marani – con innumerevoli sfaccettature che vanno superate sfruttando la parte migliore di noi: la razionalità. Sono qui perché ho bisogno di capire quali sono le paure, le aspettative, le ragioni. Stiamo cercando di raggiungere un’accoglienza il più possibile sostenibile, nel rispetto assoluto delle regole, visto che si fa riferimento a denari pubblici». Soldi che, come ha precisato Monica Spanedda «vengono spesi per questo tessuto economico e sociale. Perché vengono impiegati giovani laureati nelle nostre università come assistenti sociali, mediatori culturali, educatori».
La Ong “Gus” che ha preso in affitto la casa dei Pilo a Sant’Orsola aveva partecipato al bando del Comune di Sassari per un progetto che prevede piani individuali di inserimento scolastico e lavorativo. Nel caso specifico erano otto i migranti destinati all’abitazione che qualcuno voleva incendiare: «Quello che è successo – ha detto Stefano Pilo, proprietario della casa – è di una gravità assoluta perché è stata messa a repentaglio la vita delle persone che abitano a fianco». Un attentato condannato dai vicini, a favore dell’accoglienza: «Come quartiere abbiamo perso un’occasione importante che ci avrebbe arricchito e che avrebbe arricchito i nostri figli».
«Capisco i timori dei miei concittadini – ha detto il sindaco Nicola Sanna – e mi preoccupa la presenza di forze occulte che giocano sulle paure di tutti noi. Ma siamo qui per ascoltare e ragionare insieme». E di fronte al rimprovero mosso da qualcuno sul ritardo con il quale il rione è stato informato dell’imminente arrivo dei migranti, è arrivato il mea culpa della Luciani: «Solitamente parliamo con i dirimpettai o con gli inquilini dei palazzi dove andranno a vivere gli immigrati. Forse in questo caso avremmo dovuto suonare tutti i campanelli...».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
