La Nuova Sardegna

Sassari

«Io e l’inferno di Lampedusa» La vita nell’isola dei dannati

di Giacomo Mameli
«Io e l’inferno di Lampedusa» La vita nell’isola dei dannati

Intervista con Pietro Bartolo, il medico protagonista del film “Fuocoammare” 

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Fa impressione passeggiare a Lampedusa affollata di turisti che sorridono sotto il sole di ottobre. Fa impressione vedere un vai e vieni spensierato e allegro come a Viareggio o Rimini, a Villasimius o Porto Rotondo. Perché a poche centinaia di metri da questa movida euro rubli e dollari c'è un'umanità dolente, rinchiusa in un lager anni Duemila ribattezzato Hotspot. I dannati in carne e ossa ci sono, ma non li vedi. In quest'isola (più piccola della metà dell’Asinara) si esibisce il benessere. Del malessere meglio tacere. Terra brulla, rifiuti e catapecchie, lo stesso degrado rurale di molte campagne sarde.

L’ASSENZA DELL’ONU

Il filo spinato c'è. I cancelli pure. Reggono i pennoni che sventolano il tricolore italiano e le stelle dell'Unione cosiddetta europea. Neanche un'insegna Onu, che dovrebbe essere l'organizzazione più interessata da questa tragedia contemporanea. L'Onu è il Palazzo di Vetro tra i luccichii di Manhattan e delle Trump Towers. Lontana dalla sofferenza. Qui non vedi i volti di quelli che il mare non ha inghiottito. Clausura politica, non monastica. Il nuovo sindaco grida al lupo per i tunisini che rubacchiano una mela o minacciano le donne. Non ne vedi uno, di tunisino. Lampedusa ti schiera frotte di bianchi spendaccioni ai tavolini di via Roma con cocktail e granite, «ma che buoni questi cannoli». È bastata una visita al cimitero per capire. Con una ex insegnante che racconta col cuore lacerato. E che dire di questo Mediterraneo che ti sta di fronte e che è un immenso cimitero senza croci e senza nomi?

L’INFERNO NELLA STIVA

L’umanità la tocchi solo entrando nel poliambulatorio gestito da un medico da Nobel, Pietro Bartolo, 56 anni, penultimo di sette figli di papà Giacomo pescatore e mamma Grazia casalinga. «Ho una sorella emigrata in Belgio, fa la sarta, si chiama Rosalia». È il protagonista di “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, vincitore dell'Orso d'oro 2016. Con Lidia Tilotta autore di “Lacrime di sale”, 140 pagine di dolore-verità. Bartolo descrive il 31 luglio 2011: «Mi trovavo al molo Favarolo. Alle nove di sera arriva una barca di dodici metri con 250 persone. Salgo a bordo con un giovane medico. Non c'erano malati gravi e nemmeno morti. Gli ultimi che scendono mi dicono che nella stiva c'è un problema». Bartolo – occhi e viso da gigante buono - si ferma più di alcuni istanti. «Prendo il telefono cellulare e apro la botola che portava in una ghiacciaia dove si conserva il pesce. Metto il piede per terra, mi sembra di camminare su cuscini, troppo buio, accendo la torcia del telefono, un tanfo insopportabile mi riempie le narici. Il pavimento lastricato di corpi, camminavo sui morti, tanti morti, tutti giovanissimi, nudi, uno sopra l’altro, abbracciati, le pareti della stiva graffiate e grondanti di sangue, le dita di quei ragazzi senza unghie, un girone da inferno dantesco». Bartolo parla a 25 studenti italiani e stranieri. Nell’isola-simbolo di Lampedusa hanno frequentato per una settimana la Scuola di alta formazione in Sociologia del territorio diretta da Antonietta Mazzette, dell’università di Sassari. Con il collega di Catania Carlo Colloca e di Milano Silvia Mugnano vogliono creare “professionisti dell’accoglienza”. È per questo motivo che il ministero dell’Interno ha autorizzato la visita in zona top secret. Il poliambulatorio di Bartolo è un centro di eccellenza ospitato in una palazzina color crema di via Grecale, vicino ad altre due strade che ricordano folli sogni coloniali, via Libia e via Adua, due torrette vorrebbero dare un tocco architettonico. Uffici delle organizzazioni umanitarie, Mediterranean Hope, il Forum Lampedusa solidale, l’insegna della Croce Rossa, l’indicazione del reparto di Ginecologia in italiano e arabo, in inglese e francese. «Sono qui per voi – dice agli studenti – e sono felice che la vostra aula universitaria sia quest’isola di dolore».

LA SCHIAVA BAMBINA

Una delle immagini che più l'ha sconvolta? «Una ragazzina eritrea di quindici anni, Jerusalem, stupenda, si sente già donna ma ha ancora lineamenti e fattezze di una bambina. La osservo e penso a quando le mie figlie avevano la sua età, alla loro spensieratezza. La voce di Jerusalem interrompe il flusso dei miei pensieri: “Dottore, ho paura di essere incinta”». Violentata? «No. Ha pagato 800 euro per il viaggio, dall’Etiopia in Sudan, poi in Libia. Da quattro mesi non ha il ciclo, quando era nel campo di raccolta le hanno fatto un’iniezione per compromettere l’equilibrio ormonale, un contraccettivo forzato che provoca una menopausa precoce. Deduco che gli organizzatori della tratta, soprattutto delle nigeriane sottoposte a riti tribali, non vogliono appresso neonati ingombranti. Pretendono che le future schiave siano subito disponibili per essere vendute sul mercato».

LE COLPE DEI MEDIA

Come giudica l’informazione oggi? Come giudica i giornali, le televisioni? «Non dicono tutto, raccontano brandelli di verità. I cronisti, davanti a domande su fatti sconvolgenti, mi dicono: “Dottore, ha un minuto per rispondere?”. Ma si può affrontare questo dramma con battute flash? Danno più spazio a certi politicanti – no, non li chiamo politici – che fanno terrorismo perché sono alla ricerca di consenso e parlano, è vero, alla pancia della gente non al loro cervello. La disinformazione è un crimine. Spesso i giornalisti sono dei reggimicrofono, non replicano, accettano ciò che Marine Le Pen e i suoi sosia italiani blaterano. Molti giornalisti parlano di cento, duecento morti. Usano i numeri. Quei morti in mare non li chiamano neanche persone».

I LAGER IGNORATI

Gli sbarchi stanno diminuendo, c’è un’inversione di rotta, come la giudica? «Questo calo non è un bene. La gente che guarda i telegiornali non ha idea di quali e quante torture si stiano perpretando nei campi di detenzione in Libia e da altre parti. È gente – dai bambini, alle donne ai vecchi – che vive rinchiusa e torturata. Occorre rendersi conto che le migrazioni non le può fermare neanche il plutocrate Trump, che oggi siede alla Casa Bianca. L’umanità che soffre si ribellerà sempre di più. Internet ha globalizzato, almeno in tv, il benessere. Che i disperati inseguono e inseguiranno. Occorre una nuova visione politica di largo respiro che non c’è in Italia, che non ha l’Unione europea e che, soprattutto non hanno le Nazioni Unite. Lo ripeto: è un’indifferenza peggiore di quella dell’Olocausto. Oggi non possiamo dire di non sapere». Perché questo raffronto con una delle pagine più nere dell'umanità? «Tutto sta succedendo tutto davanti ai nostri occhi, sappiamo tutto anche se l’informazione è carente, abbiamo una responsabilità enorme che sarà una macchia sulla nostra coscienza per l’eternità. Lo sarà per l’Onu che è la grande assente». Lei è il medico che ha praticato il più alto numero di ispezioni cadaveriche. E si irrita quando si parla delle malattie che i migranti porterebbero. «Purtroppo di cadaveri ne ho visto davvero tanti. Non è un record esaltante. Ma quelle che arrivano sono persone sane. Certamente possono contrarre malattie, ma non si tratta di malattie infettive gravi, eccezion fatta per la scabbia; si tratta delle malattie proprie di chi ha affrontato un viaggio di due, cinque o perfino sette anni, con tutte le ferite generate dalla violenza, dalla traversata del deserto, dal passaggio in Libia che anche oggi è l’inferno. Le malattie, quando ci sono, sono legate all’ipotermia e alla disidratazione sofferte durante il tragitto».

LA RISORSA DEL FUTURO

Il futuro? Aiutarli a casa loro? Integrazione? «Il mio ruolo è quello del primo soccorso, della cura, trasmettere calore umano. Ma bisogna evitare che la gente muoia. Non basta, noi siamo privilegiati, in Occidente mangiamo a colazione pranzo e cena. Loro muoiono di fame, sono costretti a fuggire dai propri paesi non solo per cercare una vita migliore, ma semplicemente per sopravvivere. L'Italia si sta spopolando? La Sardegna pure? Tra dieci, venti o trent'anni saremo noi a doverli andare a prendere dal cuore dell’Africa. Perché avremo bisogno di braccia. Ma anche di cervelli. Saranno la risorsa dell’Europa invecchiata».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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