Il coraggio (civico) sostantivo da trasformare al femminile
L'ANALISI - La giovane di Orune che ha sfidato le regole dell'omertà. Dalle donne nuove speranze per la società sarda
Chiamiamola Grazia questa nuova (anonima) eroina di Orune che, su La Nuova Sardegna di ieri, Pier Luigi Piredda ha descritto “con un dolcissimo viso di ragazzina incastonato di capelli biondi”. Per le cose che sono state riferite merita una medaglia d'oro al valor civile. Piace immaginarla “tanto gentile” e “tanto onesta” come Beatrice. Una figura nobile, un idealtipo. Una protagonista positiva, tutt'altro che “muta”. Accende la luce in una Sardegna socialmente e politicamente sempre più buia. Una speaker della società della comunicazione nel cuore delle zone interne marchiate da una omertà storica.
Grazia. Proprio come il nome della Deledda che novant'anni fa - del tutto snobbata a Cagliari e a Sassari così come tra i vicini di casa a Santu Predu - aveva regalato il Nobel alla Sardegna e alla sua Nuoro che oggi - tra scetticismi tattici tuttosardi - può almeno concorrere per diventare capitale della cultura, uscendo da una amministrazione che più ordinaria e statica non si potrebbe. Una Grazia anni Duemila, eroina della Barbagia nel mondo tecnologico 4.0. Con una forza d'animo eccezionale, senza telecamere al seguito e senza twitter né facebook - ha contribuito a far sbriciolare il muro d'omertà che ha marchiato per secoli la Sardegna. Quello stesso muro di omertà, tanti decenni orsono - per la prima volta - era stato infranto da un'altra donna con nome biblico-evangelico.
Era un'altra giovane. Moderna. Aveva indicato alla giustizia, quindi allo Stato, cioè a tutti noi, i nomi degli assassini dei suoi fratelli uccisi a Mamoiada in una faida che rischiava di essere senza fine. Era diventata un caso nazionale. Se ne erano occupati i mass media di mezzo mondo. Con lei cadeva, si frantumava il mito della matriarca sarda che – come le cronache hanno documentato – talora incitava i figli alla vendetta. Quella donna di Mamoiada – allora under-trenta, quasi come la protagonista della storia di oggi – aveva ottenuto l'intervento di un Papa che, al Quadrivio di Nuoro affollato come non mai, poteva esaltare il coraggio di donne cittadine a tutto tondo, eroine sarde e non greche come quelle immortalate da Sofocle. Donne coraggio sotto il Gennargentu, sotto Punta La Marmora, nell'altipiano di Cuccuru'e teti, nelle forre e nelle stradine tutte tortuose del paese di Antonio Pigliaru e Bachisio Zizi. Sarà la Giustizia (quella delle aule dove campeggia “la legge è uguale per tutti”) a decidere se la testimone ascoltata avant'ieri in Corte d'Assise a Nuoro ha detto “tutta la verità, nient'altro che la verità”. Ma i dubbi sono pressoché nulli. Perché è il gesto quello che conta e lascia il segno. Cittadini con diritti e doveri.
Aveva avuto peso anche la testimonianza di un'altra ragazza - anche lei col viso dolcissimo, quasi spaurito - che più di dieci anni fa aveva confessato alle forze dell'ordine chi era stato il killer che aveva massacrato di piombo il fidanzato e un amico all'interno di un bar, sempre a Orune, tra gli alleluja di una Domenica delle Palme. Lei aveva visto e sentito. Altri no. Aveva parlato. Quella dichiarazione era stata messa in contrasto col silenzio, con l'omertà di chi - solo per fare un esempio fra i tanti - aveva ucciso un giovane davanti a un flipper. E nessuno dei presenti, come usava da sempre e come usa purtroppo ancora oggi, nulla aveva visto. In Barbagia, dopo quel fatto della tragica festa prima della Pasqua, dopo quello avvenuto negli anni '70 a Mamoiada, ci si chiedeva perché erano solo e sempre le donne a segnare una svolta nel comportamento civile e civico della società sarda.
Lo stesso avviene oggi. La svolta civica è al femminile. Il valore della testimonianza, della parola, della fiducia verso le forze dell'ordine e dei magistrati, è al femminile. Che sia legato ai livelli di istruzione che, in Sardegna come nel resto d'Italia, vedono le donne surclassare i maschi? Le donne sarde sono “più laureate e più diplomate” degli uomini sardi. Avrà un senso fermarsi fra le “sudate carte?” Avrà un senso che le attività culturali nell'isola dei nuraghi siano quasi tutte a regia femminile? Avrà un senso che la svolta culturale, col teatro, a Orune anni '80, sia stata patrocinata da un gruppo di donne? Oppure il coraggio (civico) è sostantivo da trasformare al femminile? Grazia - quella che ha testimoniato in Corte d'Assise a Nuoro - ha reso onore al suo paese, non lo ha vilipeso come usano fare certi cronisti mischiando fatti tragici di cronaca nera con manifestazioni sportive di livello nazionale. Grazia è una ragazza che dà speranza. E che fa diventare Orune un paese civile come gli altri.
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