L’incrollabile fiducia nelle cure-miracolo
Il caso della dottoressa di Tertenia che usava gli ultrasuoni contro i tumori è solo l’ultimo di una lunga casistica. Ma è possibile che debbano essere le Iene a scoprirlo?
Diciamolo subito. La vicenda della dottoressa di Tertenia, indagata per truffa aggravata dalla Procura di Lanusei, propone – al di là del fatto in sé – un paio di questioni che non interessano solo i cittadini sardi che hanno fatto ricorso alle cure non ortodosse (a dir poco) di quella professionista. La prima: si doveva aspettare che sbarcasse in Sardegna la troupe di una popolare trasmissione – le Iene – per far venire alla luce le “stranezze” delle tecnologie diagnostiche e dei protocolli di cura del cancro e di altre patologie documentate nell’ambulatorio ogliastrino?
E, ancora. Com’è che episodi e rumors di esiti fallimentari (e, addirittura, infausti), di trattamenti stravaganti (oltre che pericolosi, a quanto pare), notati dalla comunità e segnalati alle autorità locali e da questi all’Asl competente, non hanno spinto ad interessare della cosa l’assessorato regionale alla Sanità perché assumesse le iniziative e i provvedimenti adottati solo ora? Inoltre. Si può accettare che le Iene si sostituiscano alle autorità, all’Ordine dei medici e ai responsabili dei servizi sanitari nella verifica e nella denuncia di fatti che mettevano a rischio la salute pubblica?
Infine. La dottoressa, che pure non è alle prime armi, si è difesa evocando un percorso di formazione perlomeno “accidentato” e stravagante, e che non sembra comprendere il titolo di specialista, conseguito in una scuola di Oncologia medica, in Sardegna o fuori. Stando, almeno, al curriculum da lei stessa segnalato, che comprende la frequenza della scuola di Medicina estetica a Milano e dei «migliori centri di oncologia in Italia», la posizione di «socia della Società europea della calvizie». Inquieta, francamente, il fatto che una professionista, impegnata in una struttura pubblica ritenga sufficienti una laurea in Medicina e la «frequenza» di non meglio precisate scuole per cimentarsi con cure alternative contro il cancro, un campo di studio e di ricerca sempre più specializzata e perfezionata, in cui è impegnato un vero e proprio esercito di oncologi e ricercatori. A far indignare, insomma, in questa vicenda, non è solo il metodo utilizzato dalla dottoressa Puddu per diagnosticare e curare i tumori con il ricorso agli ultrasuoni. Sempre, nella storia della medicina, i propugnatori di terapie non convenzionali per il cancro hanno trovato terreno fertile (e, per taluni, ricco di soddisfazioni sul piano “materiale”) nella paura e nella disperazione di malati. I quali, delusi dal fallimento o dagli scarsi risultati dei metodi tradizionali di trattamento in alcune forme di tumore, hanno cercato e cercano l’agognata guarigione in trattamenti alternativi. L’elenco di questi ultimi, dal 1893 a oggi, potrebbe fornire materiale sufficiente ad una pubblicazione. Si potrebbero ricordare, per fare solo alcuni esempi, la cura di Ferguson, che comprendeva trenta piante esotiche provenienti dall’Ecuador; il metodo di Gerson, una dieta a base di frutta fresca, verdura, fiocchi d’avena e vitamine; e, ancora il cosiddetto “metodo Hamer”, dal nome del medico tedesco scomparso di recente, che curava il cancro senza chemio e che sosteneva la correlazione tra cancro e psiche, escludendo l’uso dei farmaci, sulla base di teorie mai passate per una sperimentazione seria. Per finire con la famosa cura Di Bella, la multiterapia messa a punto da un medico modenese, di cui le prove scientifiche hanno dimostrato l’inefficacia terapeutica dopo aver provocato una pressione tale da spingere l’allora ministro della Salute, Rosy Bindi, a nominare una Commissione per la sperimentazione del metodo.
Ma il caso ogliastrino contribuisce ad imporre anche una riflessione più generale sui fenomeni in atto: il crescente, massiccio ricorso alle terapie non ortodosse; la fiducia nelle cure-miracolo e la diffidenza nei confronti della medicina ufficiale; lo spazio riservato ad alcune strampalate teorie anche dalla televisione pubblica; il rifiuto dei metodi di trattamento della scienza ufficiale. La dottoressa, ora indagata, ha dichiarato di non aver mai consigliato ai suoi pazienti di interrompere la chemioterapia. Avvertendoli però, che non li avrebbe seguiti se avessero proseguito con quel tipo di cura, che i fondamentalisti della medicina alternativa considerano un vero e proprio “veleno”, anziché una fase, difficile e dolorosa – ma ancora necessaria in attesa di ulteriori progressi – nella strada della guarigione di molte forme neoplastiche.
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