Duplice omicidio di Buddusò ora l’assoluzione è definitiva
di Nadia Cossu
Il pg non ricorre per Cassazione: verdetto irrevocabile per i tre accusati di aver ucciso zio e nipote Nell’agguato altri due fratelli si erano salvati. La difesa chiederà risarcimento per ingiusta detenzione
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BUDDUSÒ. Ora è definitivo: per il duplice omicidio e il duplice tentato omicidio del 29 aprile 2011 a Buddusò non ci sono colpevoli. La Procura generale non ha presentato ricorso per Cassazione dopo la sentenza d’appello che assolveva i tre imputati e ora quel verdetto di secondo grado è diventato irrevocabile.
«Un castello di indizi ma nessuna prova» era stato il cavallo di battaglia – sia nel processo di primo che in quello di secondo grado – dei difensori di Salvatore Brundu, 27 anni, Giovanni Antonio Canu, 51, e Gianni Manca, di 46, accusati di aver ucciso (sette anni fa) con una scarica di pallettoni Antonio Bacciu, 28 anni, e suo zio Giovanni Battista, di 69. Altri due fratelli della giovane vittima scamparono miracolosamente all’agguato. Uno riuscì a scappare e rimase ferito al braccio, l’altro invece si finse morto accanto al cadavere dello zio. E ora gli avvocati Antonio Secci, Sara Luiu, Claudio Mastandrea e Speranza Benenati annunciano la richiesta di riparazione per l’ingiusta detenzione degli imputati che erano rimasti chiusi in carcere per tre anni.
Tanti gli indizi nel processo. A rilevarli era stato lo stesso pm che aveva impugnato la sentenza di primo grado. «Ma non può certo dirsi – avevano scritto i giudici d’appello nelle motivazioni depositate lo scorso dicembre – che dati plurimi, benché poco rappresentativi, possano diventare significativi e capaci di fondare una sentenza di condanna per fatti così gravi solo perché numerosi». E avevano spiegato bene come l’indizio «isolatamente considerato fornisce solo una traccia indicativa di un percorso logico argomentativo, suscettibile di avere diversi possibili scenari». E ciascuno degli indizi richiamati dal pm «non supera né da solo, né raccordato agli altri, quel rigoroso vaglio che la giurisprudenza di legittimità richiede perché si possa ritenere provato un fatto (peraltro così grave) sulla base di elementi indiziari».
Tra intercettazioni e testimonianze nel processo di primo grado erano stati ricostruiti i rapporti tra le famiglie Bacciu-Canu-Brundu-Manca. Legami fatti di tensioni dovute, secondo il pm, prima di tutto al terreno conteso di Biderosu. Clima sfociato in reciproci dispetti, in avvertimenti e minacce più o meno velate che nel mondo della campagna sono purtroppo molto frequenti e che a volte hanno esiti devastanti. Rancori e ostilità tali da spingere i tre – questa la tesi dell’accusa – ad architettare l’ omicidio. Anche nel caso del movente il richiamo del pm era stato ad alcune intercettazioni. «Ma la conversazione, valutata nel suo contenuto complessivo, non è una prova diretta», hanno sostenuto i giudici d’appello.
Di fatto Antonio e Giovanni Battista non hanno avuto giustizia. Due morti senza colpevoli, due vite spezzate da killer senza pietà. Due famiglie che hanno pianto e che piangeranno ancora senza sapere chi e perché abbia voluto tutto questo.
«Un castello di indizi ma nessuna prova» era stato il cavallo di battaglia – sia nel processo di primo che in quello di secondo grado – dei difensori di Salvatore Brundu, 27 anni, Giovanni Antonio Canu, 51, e Gianni Manca, di 46, accusati di aver ucciso (sette anni fa) con una scarica di pallettoni Antonio Bacciu, 28 anni, e suo zio Giovanni Battista, di 69. Altri due fratelli della giovane vittima scamparono miracolosamente all’agguato. Uno riuscì a scappare e rimase ferito al braccio, l’altro invece si finse morto accanto al cadavere dello zio. E ora gli avvocati Antonio Secci, Sara Luiu, Claudio Mastandrea e Speranza Benenati annunciano la richiesta di riparazione per l’ingiusta detenzione degli imputati che erano rimasti chiusi in carcere per tre anni.
Tanti gli indizi nel processo. A rilevarli era stato lo stesso pm che aveva impugnato la sentenza di primo grado. «Ma non può certo dirsi – avevano scritto i giudici d’appello nelle motivazioni depositate lo scorso dicembre – che dati plurimi, benché poco rappresentativi, possano diventare significativi e capaci di fondare una sentenza di condanna per fatti così gravi solo perché numerosi». E avevano spiegato bene come l’indizio «isolatamente considerato fornisce solo una traccia indicativa di un percorso logico argomentativo, suscettibile di avere diversi possibili scenari». E ciascuno degli indizi richiamati dal pm «non supera né da solo, né raccordato agli altri, quel rigoroso vaglio che la giurisprudenza di legittimità richiede perché si possa ritenere provato un fatto (peraltro così grave) sulla base di elementi indiziari».
Tra intercettazioni e testimonianze nel processo di primo grado erano stati ricostruiti i rapporti tra le famiglie Bacciu-Canu-Brundu-Manca. Legami fatti di tensioni dovute, secondo il pm, prima di tutto al terreno conteso di Biderosu. Clima sfociato in reciproci dispetti, in avvertimenti e minacce più o meno velate che nel mondo della campagna sono purtroppo molto frequenti e che a volte hanno esiti devastanti. Rancori e ostilità tali da spingere i tre – questa la tesi dell’accusa – ad architettare l’ omicidio. Anche nel caso del movente il richiamo del pm era stato ad alcune intercettazioni. «Ma la conversazione, valutata nel suo contenuto complessivo, non è una prova diretta», hanno sostenuto i giudici d’appello.
Di fatto Antonio e Giovanni Battista non hanno avuto giustizia. Due morti senza colpevoli, due vite spezzate da killer senza pietà. Due famiglie che hanno pianto e che piangeranno ancora senza sapere chi e perché abbia voluto tutto questo.
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