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Sassari

Latte ovino: perché è importante correggere subito la rotta

Angelino Olmeo
Forme di pecorino (foto d'archivio)
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Forme di pecorino (foto d'archivio)

Occorre diversificare, si va verso l'eccesso di produzione che fa crollare i prezzi

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Passata è la tempesta: odo augelli far festa..."(G. Leopardi). Se con la memoria ritorniamo all'inizio dell'autunno scorso, ricorderemo che la situazione del settore lattiero-caseario ovino era caratterizzata da: 1) previsione di una diminuzione della produzione del latte; 2) aumento dei prezzi del foraggio e del mangime; 3) ripresa conseguente del prezzo del pecorino romano; 4) esigenza primaria di programmare le produzioni. Di queste facili previsioni si sono avverate le prime tre (meno la quarta). In questi giorni registriamo un entusiasmo, a mio avviso ingiustificato, sull'andamento del comparto. L'euforia nasce dall'aumento del prezzo del Pecorino romano fino a +40% rispetto all'estate scorsa, al grande successo e interesse commerciale da parte di mercati (per la verità non nuovi) quale quello asiatico (vedi Giappone). Tutto questo crea aspettative negli allevatori, che, per dirla con Leopardi, vivono un clima da "Sabato del villaggio". L'esperienza, ahimè, di allevatore mi consiglia la prudenza, senza sconfinare nel catastrofismo.Il prezzo del Romano è in aumento, stante le aspettative di minore produzione del latte di inizio stagione, ma in questa fase il mercato registra una domanda tiepida. L'interessamento del mercato giapponese, pur positivo, forse non compensa la perdita verificatasi nel mercato della Russia a causa dell'embargo. Incombe, inoltre, l'incognita del volubile umore di Trump: si fermerà all'alluminio o estenderà i dazi anche all'agroalimentare? Se così fosse, determinerebbe per un verso il collasso del Pecorino romano e per l'altro l'aumento del prezzo dei mangimi. Spero che ciò non avvenga, dato il nostro peso economico irrisorio rispetto al volume del mercato Nord americano.Mi preoccupa di più l'aumento della produzione del Pecorino romano per l'annata in corso. Vero è che a inizio stagione il quantitativo di latte ovino prodotto era inferiore agli altri anni; la mancata diversificazione, però, congiuntamente alla trasformazione in loco di circa 25-30 milioni di litri di latte che negli anni scorsi veniva esitato nel continente italiano e in Grecia, ha determinato a fine febbraio un aumento del quantitativo di Romano di poco inferiore al 20% rispetto all'anno precedente, che a fine campagna aveva registrato una produzione di 278.000 quintali. Se il trend non viene corretto, nel 2018 la produzione sarà di oltre 330.000 qli contro un massimale previsto dal Consorzio di tutela del Romano di 260.000 qli. Inoltre la stagione primaverile che sta per iniziare si presenta ricca di piogge e comunque più produttiva rispetto all'anno passato. Se questo aumento non viene incanalato verso produzioni diverse dal Romano, registreremo uno splafonamento anche superiore a quello del 2016, quando si raggiunsero i 356.000 qli di prodotto totale e il prezzo del Romano precipitò da 9 a 4 euro a kg. Siamo ancora in tempo: un ravvedimento da parte di chi è preposto alla trasformazione è urgente. La soluzione è sempre la stessa: diversificare e innovare con formaggi che catturino l'interesse e il gusto di nuovi consumatori (mense scolastiche, turismo, nuovi mercati ecc). Formaggi che dovranno andare incontro alle attuali tendenze dietetiche: cibi salutisticamente di eccellenza (e qui non abbiamo rivali), con meno sale, grasso e calorie, quindi formaggi semi stagionati, freschi, creme di formaggio ecc., prodotti con latte titolato (scremato). Sarebbe una sciagura per tutti se il comparto non venisse corretto e governato con giudizio. Una nuova crisi del prezzo del latte sarebbe catastrofica. La responsabilità ricadrebbe su tutti gli operatori del settore: dagli allevatori, che scelgono spesso con leggerezza chi dovrà governare le loro produzioni, agli amministratori delle coop di trasformazione e agli industriali privati con l'aggravante, stavolta, della premeditazione. Se la crisi di sovrapproduzione vi sarà nella stagione 2018, la responsabilità non sarà della politica o dell'assessore di turno, ma di quanti non hanno ancora capito che il rischio vero del settore è fare la fine del grano duro: non solo di essere irrilevante economicamente, ma, più semplicemente, inesistente.

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