La Nuova Sardegna

Sassari

Chi arriva qui non vuole andare via: è Janas, la "casa" dei richiedenti asilo

Giovanni Bua
Chi arriva qui non vuole andare via: è Janas, la "casa" dei richiedenti asilo

La comunità alla periferia di Porto Torres dove l'idea di accoglienza ha trovato una robusta sostanza

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SASSARI. Philip ed Ethel si sono sposati, in chiesa, e hanno iniziato una nuova vita a Nuoro. Collins ha preso la patente e si è iscritto all’università ad Alghero. Ariet fa la badante a Sassari. Sono quelli che ce l’hanno fatta, l’esempio per ragazzi e ragazze: «Che quando arrivano stanno mesi senza parlare, senza guardarti negli occhi. Con una palla infuocata di paura e di dolore dentro, che rischia di diventare una malattia da cui non si guarisce».

A raccontarlo è Caterinangela Fanni medico di famiglia e psicoterapeuta, che da quando è andata in pensione ha deciso di dedicare gran parte del suo tempo libero ai ragazzi e alla ragazze di Janas, il centro per richiedenti asilo attivo dal 2015 a Li Lioni, prima periferia di Porto Torres, nei locali che una volta erano occupati dalla discoteca Kiss Kiss. «Ma non chiamateci ex discoteca - spiega Cheikh Diankha –. Non rende onore al lavoro che negli anni è stato fatto dentro questo spazio, con stanze divise, uomini e donne su piani diversi, una grande sala relax, bagni, lavanderia, e addirittura una piccola moschea. Un lavoro fatto talmente con cura e passione che nessuno dei nostri ospiti vuole andare via da qui. Stanno bene e si sentono seguiti e protetti».

Lui, senegalese, a Sassari dal 1985, è il direttore della struttura. E da giorni combatte contro il trasferimento “coatto” di una quarantina di richiedenti asilo da Porto Torres che ha acceso i riflettori su questa piccola comunità. Con un gruppo di ragazzi gambiani e una dozzina di donne nigeriane portate ad Aglientu e Olbia che, dopo aver resistito manifestando di fronte alla prefettura, e aver infine ceduto anche grazie alle rassicurazioni di prefetto e arcivescovo, ora chiedono di poter tornare “a casa”.

«Il punto – spiega Francesca Manca, insegnante di italiano e mediatrice a Li Lioni – è che questi ragazzi e ragazze seguivano dei percorsi di integrazione. Faticosamente iniziati. Alcuni di loro andavano a Sassari tutti i giorni in bicicletta per i corsi di italiano, altri erano stagisti nel progetto Diamante per la creazione di lavoro tra gli immigrati, un gruppo si era iscritto a un corso di archeologia che stava per iniziare qui vicino, a “Su Crocifussu Mannu”. Un ragazzo e una ragazza sono fidanzati tra loro. Etnie, lingue, religioni diverse avevano trovato una strada per convivere. Dopo anni di lavoro comune. E ora si è voluto travolgere tutto per una semplice questione di numeri».

Questione che tanto semplice in realtà non è. Il casermone alle porte di Porto Torres ha infatti una capienza per poco più di 60 persone, e ne ospitava oltre 90. Con la Asl che ha fatto una serie di richiami, a cui la prefettura ha fatto seguire lo spostamento dei giorni scorsi. «Abbiamo scelto i più giovani – hanno spiegato dall’ufficio del Governo –, e rispettato una serie di parametri non semplici da seguire. Una comunità di ragazzi gambiani è stata mandata ad Aglientu, le ragazze nigeriane a Olbia dove sono presenti anche famiglie. Altri ragazzi ora sono a Sorso». «Ho parlato con chi è stato trasferiti – racconta Suso Bubacarr, richiedente asilo ma anche mediatore culturale del gruppo – a Sorso si sono adattati perché comunque gravitano intorno a Sassari. Ma i ragazzo di Aglientu stanno male. Sono isolati, si sentono tagliati fuori da tutti. Alcuni di loro erano qui dal 2015, stavano iniziando a rifarsi una vita».

Una vita che in molti tra le forze dell’ordine temono si intrecci con piccoli e grandi racket, da quello dell’elemosina per la strade, alla prostituzione. «Sono solo luoghi comuni – attacca Cheikh Diankha – gli ospiti del centro dopo le 22 sono tutti qui, e i cancelli sono chiusi. Nessuna infiltrazione, nessuna delinquenza. Chi arriva qui a caccia di libertà e di una vita migliore, dopo tutto quello che ha passato, non è più disposto ad avere padroni». Sull’elemosina poi: «Molte delle etnie presenti qui al centro non chiederebbero mai l’elemosina per una questione culturale. Alcuni lo fanno, e noi cerchiamo di impedirlo, spiegandogli che è una attività squalificante per tutti, che ritarda il loro inserimento non lo facilita. Ad esempio sanno che è proibito chiedere l’elemosina indossando il giubbotto di Janas che diamo a tutti. Non è una battaglia semplice, anche perché noi sono siamo né poliziotti né carcerieri, e possiamo agire solo a livello di persuasione».

Persuasione che non è semplice: «Soprattutto perché chi arriva qui – spiega Francesca Manca – ha solo l’obiettivo di rimettersi il prima possibile in cammino. Ora molti di questi ragazzi e ragazze hanno iniziato a capire che la Sardegna può essere la loro meta finale. E stanno iniziando a integrarsi per davvero. Noi, oltre ai progetti regionali e nazionali, abbiamo attivato una serie di percorsi: moda, agricoltura e allevamento, musica e danza, gastronomia ed edilizia. Quasi tutti partecipano. E imparano». «Tagliare questi fili che faticosamente tessiamo – chiude Cheikh Diankha – è sbagliato oltre che inutile. Quello che noi chiediamo alla prefettura è di essere coinvolti nelle scelte che riguardano i trasferimenti dei ragazzi. Che venga attivato un tavolo con tutti i centri del territorio. Noi ad esempio ora abbiamo un piano che era dedicato alle ragazze che è chiuso. E lavori in corso in continuazione. Vorremmo che la nostra capienza venga rivalutata. Questi ragazzi sono bravi e volenterosi, ma sono anche delle bombe pronte ad esplodere, con un vissuto drammatico e un rifiuto totale alle imposizioni. Siamo convinti che serva ordine e disciplina, ma anche ragionevolezza. Chiederò un incontro l’arcivescovo, che ha dimostrato grandissima sensibilità sul tema. E a lui spiegherò le nostre ragioni. Questi ragazzi sono leoni, feriti nel profondo. Che rappresentano la migliore gioventù africana che fugge da atroci guerre per poter aiutare, da qui, le proprie famiglie, la propria gente. Meritano di essere trattati come una risorsa e non come un problema».

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