La morte di Frizzi e l'invasione della privacy
La corsa alla rivelazione di particolari sul decesso del popolare presentatore televisivo non è piaciuta al popolo dei social e offre lo spunto per alcune riflessioni sullo spettacolo negativo delle indiscrezioni rivelate a tutti i costi
Èconsolante, per molti aspetti: non abbiamo fatto il callo proprio a tutto, in fin dei conti. Se in tanti - anche nell'indistinto popolo social - si sono indignati e sono insorti nel vedere trattare come un ghiotto gossip acchiappa audience i "retroscena" e la "vera causa del decesso" di Fabrizio Frizzi. Quando si dice assenza clamorosa (e vergognosa) di tatto e di discrezione per i tempi e i modi scelti da alcuni "amici-colleghi": il giorno dopo la cerimonia funebre e la televisione che per sua natura è platealità e enfasi. Mentre, ancora, su tutti i media, sulle radio, in rete, personaggi noti e persone comuni celebravano, ancora attoniti e sgomenti, la sobrietà, la dignità con cui il conduttore aveva affrontato la malattia evitando di farne spettacolo, alcuni professionisti del gossip non trovavano di meglio che fare strame del diritto alla riservatezza e alla privacy del popolare presentatore e della sua famiglia, che aveva espressamente chiesto alla struttura sanitaria di non rendere nota la causa di morte. Scelta scrupolosamente rispettata, come ha chiarito un laconico documento ufficiale dell'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea nella quale si spiegava che, «nel rispetto della volontà della famiglia«, non avrebbe divulgato «alcun comunicato in merito alle circostanze cliniche della morte di Fabrizio Frizzi».
Perché, dunque, calpestare le regole di base della privacy ed entrare nella sfera segreta e privatissima - e in un ambito delicato come le condizioni di salute - di un uomo che si è distinto per il rispetto verso gli altri ? Perché alzare il velo sull'"imperatore del male" che lo aveva sopraffatto? Che cosa aggiungeva all'evento principale - cioè la morte - la rivelazione di ciò che pochi intimi sapevano sulla fine imminente dopo gli accertamenti medici seguiti al ricovero per ischemia alcuni mesi fa , specificando e mettendo l'accento sulla gravità della malattia: tumori "inoperabili" , cancro al cervello "incurabile", metastasi "diffuse" in vari organi? Neppure l'ombra di un commosso pudore, nessun pietoso riserbo, nessuna traccia dell'antica pietas che, nell'antichità, accompagnava i morti che se ne andavano verso l'Ade. Non suscita, dunque, meraviglia che anche il popolo social sia insorto. E che, in margine a questo episodio, molte voci autorevoli si siano levate anche a denunciare il fenomeno della spettacolarizzazione della morte e lo spazio crescente che nell'informazione televisiva, cartacea e online, occupano malattie, incidenti, infortuni, accompagnati da immagini e resoconti di cronaca che non trascurano alcun macabro dettaglio. In morte di un conduttore televisivo e oltre.
Colpisce il silenzio attonito e rispettoso delle migliaia di persone che hanno atteso in fila di salutarlo per l'ultima volta nella camera ardente, allestita eccezionalmente nella sede di viale Mazzini. Una partecipazione corale quale raramente si è avuto modo di vedere, se non, forse, per grandi campioni dello sport, amatissimi da eserciti di tifosi. E s'impone, perché va al di là (e molto) di un "ordinario" omaggio a un personaggio famoso che se n'è andato - rimpianto come uno di famiglia - l'unanime apprezzamento di quelle che, da una parte degli italiani, sono considerate evidentemente delle virtù fondamentali, a cui fare riferimento, tanto preziose quanto rare nel mondo dello spettacolo (e nella politica): la cortesia, il garbo, l'onestà, la correttezza, l'umiltà, l'autenticità, l'umanità, il rispetto dell'altro, il modo di fare televisione, mai sguaiata e volgare. A cui erano estranei - hanno detto nelle loro esternazioni, politici e uomini di spettacolo - aggressività, volgarità, furbizia, ricerca del potere. Un segnale importante che in particolare il ceto politico farebbe bene a raccogliere e a tenere in conto.
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