Moirano, il super manager dell’Ats: «Resto e salverò la sanità»
di Silvia Sanna
Il numero 1 risponde alle critiche e bacchetta la politica: stop all’ingerenza
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SASSARI. Da tempo lo danno in partenza. Ma “l’imperatore” della sanità – come lo chiamano i suoi detrattori – non ha intenzione di fare la valigia. Neppure dopo avere partecipato alla selezione dei prossimi direttori generali in Piemonte, la regione che ha lasciato un anno e mezzo fa per trasferirsi in Sardegna. Fulvio Moirano, numero 1 della Ats, non molla. Anzi rilancia. «Ho trasferito la residenza a Sassari – dice – vorrà dire qualcosa». E poi: «A Torino ho fatto la selezione per essere inserito in una lista che ha validità triennale. Per ora rispetterò l’impegno preso con la giunta Pigliaru. Poi si vedrà il da farsi». Moirano guarda avanti senza curarsi troppo delle polemiche che, ammette «qui sono più forti che altrove». Ma quello che conta, al di là delle critiche, sono i risultati. E, assicura il super manager, stanno arrivando e sono positivi.
Dottor Moirano, come sta la Sanità in Sardegna?
«Rispetto a un anno fa la situazione è migliorata. Soprattutto per quanto riguarda le spese. Il disavanzo è stato ridotto in maniera superiore all’obiettivo prefissato».
Eppure l’opposizione di centrodestra, che ha presentato una controriforma, parla di rivoluzione bluff e risparmio inesistente.
«Questo è falso. È legittimo criticare ma ci sono dati incontestabili. L’Ats ha speso 69 milioni in meno rispetto all’anno prima. Il mio obiettivo era intorno ai 35-36 milioni. E consideriamo che l’azienda non è ancora a regime, perché i direttori delle strutture unificate sono stati appena nominati».
A proposito di questo, il Partito dei Sardi ha criticato le ultime scelte, parlando di nomine politiche.
«La polemica in realtà è iniziata tempo fa con le nomine dei direttori sanitari e amministrativi. Mi accusarono di avere scelto professionisti non sardi. Era un pretesto, considerato che gli ultimi nominati sono invece tutti sardi. Il problema non è la sardità ma l’appartenenza politica».
Si spieghi meglio.
«Prima di arrivare in Sardegna leggevo di nomine legate alla politica, di un direttore generale di un partito, del direttore sanitario di un altro. E mi sembrava molto strano. In commissione regionale ricordo che qualcuno diceva “quella Asl è la mia”. Ora nessuno lo può dire».
Ritiene di avere limitato l’ingerenza della politica nella sanità?
«Dico di avere fatto scelte diverse rispetto al passato, qui come altrove. La politica va rispettata, rappresenta i cittadini. Ma quando vuole decidere chi è il primario non è più politica, quando vuole decidere il direttore di struttura complessa non è un compito suo. Spetta a me. Ora c’è il Partito dei sardi che parla di nomine politiche. La procedura seguita è stata trasparente e ha portato alla scelta di persone che ricoprivano ruoli nelle Asl da più di un decennio. Mi riferisco per esempio a Gianni Salis, che ha lavorato a Nuoro per 13 anni prima di diventare capo di gabinetto dell’assessore Arru. Salis era nell’elenco dei direttori d’area con giudizi più che positivi, sarebbe stato ingiusto sabotarlo. Sa che cosa le dico? Chi ha il sospetto ha il difetto».
Ritorniamo al capitolo risparmi, come si è riusciti a contenere i costi?
«A breve diffonderò dati e tabelle accurate. Per ora mi limito a confermare i 69 milioni di euro in meno spesi dall’Ats rispetto a un anno prima. Abbiamo fatto un salto importante sulla spesa farmaceutica convenzionata, era la più alta d’Italia da 20 anni, ora probabilmente rientreremo nella media nazionale grazie a 13 milioni di risparmio oltre a quelli che faremo nel 2018. Abbiamo speso di meno anche per quanto riguarda i farmaci ospedalieri grazie anche a una maggiore penetrazione in diversi settori di farmaci biosimilari. C’è molto da fare, considerato che nelle regioni più performanti come il Veneto o l’Emilia questi farmaci vengono utilizzati intorno al 70-80 per cento. Noi in alcune aree siamo appena al 5 con Sassari più “resistente” sul loro utilizzo rispetto a Olbia e Oristano, decisamente competitive. Ma per dare una valutazione corretta della spesa sanitaria sarda è fondamentale valutare anche un altro aspetto».
Quale?
«La Sardegna è una regione generosa che spende molto e si fa carico di servizi aggiuntivi. E tutto ciò che va extra Lea (livelli essenziali di assistenza ndr) fissati dal Ministero della Salute, deve essere pagato. Ecco perché la riduzione della spesa non era scontata, considerato che nel 2017 ci sono stati costi aggiuntivi e ci saranno anche nel 2018: contiamo di portare il disavanzo a 120 milioni – erano 249 nel 2016 – e dentro questi 120 ci sono 60-70 milioni di extra Lea, per esempio i 30 milioni delle guardie armate e la copertura dei costi di viaggio per i sardi che vanno a curarsi fuori dall’isola. Ma anche i presìdi per i diabetici da finanziare con fondi propri: è una scelta politica mirata a offrire una migliore assistenza».
Nonostante gli sforzi le liste d’attesa per le visite specialistiche sono molto lunghe. Che cosa si sta facendo per accorciare i tempi?
«È un processo complesso, con il blocco delle assunzioni è stato difficile aumentare l’offerta. Ma già nell’anno in corso per diverse prestazioni c’è stata una riduzione dell’attesa per esempio nelle aree di Cagliari, Carbonia, Sanluri. Mentre Sassari, dove i tempi non dipendono solo da noi ma anche dall’azienda ospedaliera, è indietro. Per questo stiamo ultimando uno studio che prevede un bacino di garanzia geografico: significa che ognuna delle 44 prestazioni ambulatoriali deve essere garantita all’interno di un raggio d’azione territorialmente compatibile. Significa che chi prenota una ecografia da Sassari non può essere mandato a Cagliari. Se sono prestazioni semplici devono essere garantite all’interno del distretto, se sono complesse all’interno dell’area socio sanitaria. E se l’ospedale non è in grado di offrirla, si indirizza il paziente verso i privati convenzionati. In questi giorni la Regione ha approvato i budget di spesa, io devo preparare i contratti: se mi rendo conto che negli ospedali non ci sono sufficienti macchinari per garantire le prestazioni in tempi ragionevoli, adeguerò il budget dei privati convenzionati».
Una questione spinosa è quella delle visite intramoenia, offerte dai medici a pagamento all’interno delle strutture ospedaliere.
«È un problema presente soprattutto a Sassari. Il dottor Pani, nuovo responsabile dell’area socio sanitaria, a breve dovrà predisporre un provvedimento deliberativo che vada a cambiare radicalmente la situazione. È una questione delicata prettamente sassarese».
L’altra novità in arrivo è la svolta sulle assunzioni. Quali sono i numeri e i tempi?
«Parliamo di 1200 persone tra medici, infermieri, tecnici e operatori socio-sanitari. Il 95% di loro assumerà l’incarico entro la fine dell’anno. La mappatura è stata completata, martedì incontrerò i direttori delle aree per fare il punto, poi al tema saranno dedicate giornate nelle singole aree. Dei 1200, 500 sono gli ex precari che saranno stabilizzati. Per quanto riguarda gli altri 700 li prenderemo dalla mobilità interaziendale, all’interno dell’isola o anche da fuori: ho ricevuto già 140 domande di sardi che hanno chiesto di rientrare a casa. Un’altra quota sarà presa attraverso lo scorrimento della graduatoria. Già entro maggio saranno chiamati i primi 200».
In questo modo si risolveranno i problemi d’organico più volte segnalati, per esempio in Gallura?
«Il blocco delle assunzioni ha imposto contratti a tempo determinato. Ma in alcune aree come Lanusei, Olbia e Carbonia la gente ha rifiutato. Con le nomine in ruolo, possibili grazie allo sblocco, la situazione cambierà».
Un anno e mezzo dopo ritiene che l’Azienda sanitaria unica sia stata una buona scelta per la Sardegna?
«Quando sono arrivato ho pensato che passare da 8 Asl a una sola azienda poteva essere eccessivo e complicato per una questione organizzativa. Invece è stata una buona idea. Anche perché ha avuto il merito di uniformare comportamenti organizzativi molto difformi e di limitare le ingerenze della politica locale».
Dottor Moirano, come sta la Sanità in Sardegna?
«Rispetto a un anno fa la situazione è migliorata. Soprattutto per quanto riguarda le spese. Il disavanzo è stato ridotto in maniera superiore all’obiettivo prefissato».
Eppure l’opposizione di centrodestra, che ha presentato una controriforma, parla di rivoluzione bluff e risparmio inesistente.
«Questo è falso. È legittimo criticare ma ci sono dati incontestabili. L’Ats ha speso 69 milioni in meno rispetto all’anno prima. Il mio obiettivo era intorno ai 35-36 milioni. E consideriamo che l’azienda non è ancora a regime, perché i direttori delle strutture unificate sono stati appena nominati».
A proposito di questo, il Partito dei Sardi ha criticato le ultime scelte, parlando di nomine politiche.
«La polemica in realtà è iniziata tempo fa con le nomine dei direttori sanitari e amministrativi. Mi accusarono di avere scelto professionisti non sardi. Era un pretesto, considerato che gli ultimi nominati sono invece tutti sardi. Il problema non è la sardità ma l’appartenenza politica».
Si spieghi meglio.
«Prima di arrivare in Sardegna leggevo di nomine legate alla politica, di un direttore generale di un partito, del direttore sanitario di un altro. E mi sembrava molto strano. In commissione regionale ricordo che qualcuno diceva “quella Asl è la mia”. Ora nessuno lo può dire».
Ritiene di avere limitato l’ingerenza della politica nella sanità?
«Dico di avere fatto scelte diverse rispetto al passato, qui come altrove. La politica va rispettata, rappresenta i cittadini. Ma quando vuole decidere chi è il primario non è più politica, quando vuole decidere il direttore di struttura complessa non è un compito suo. Spetta a me. Ora c’è il Partito dei sardi che parla di nomine politiche. La procedura seguita è stata trasparente e ha portato alla scelta di persone che ricoprivano ruoli nelle Asl da più di un decennio. Mi riferisco per esempio a Gianni Salis, che ha lavorato a Nuoro per 13 anni prima di diventare capo di gabinetto dell’assessore Arru. Salis era nell’elenco dei direttori d’area con giudizi più che positivi, sarebbe stato ingiusto sabotarlo. Sa che cosa le dico? Chi ha il sospetto ha il difetto».
Ritorniamo al capitolo risparmi, come si è riusciti a contenere i costi?
«A breve diffonderò dati e tabelle accurate. Per ora mi limito a confermare i 69 milioni di euro in meno spesi dall’Ats rispetto a un anno prima. Abbiamo fatto un salto importante sulla spesa farmaceutica convenzionata, era la più alta d’Italia da 20 anni, ora probabilmente rientreremo nella media nazionale grazie a 13 milioni di risparmio oltre a quelli che faremo nel 2018. Abbiamo speso di meno anche per quanto riguarda i farmaci ospedalieri grazie anche a una maggiore penetrazione in diversi settori di farmaci biosimilari. C’è molto da fare, considerato che nelle regioni più performanti come il Veneto o l’Emilia questi farmaci vengono utilizzati intorno al 70-80 per cento. Noi in alcune aree siamo appena al 5 con Sassari più “resistente” sul loro utilizzo rispetto a Olbia e Oristano, decisamente competitive. Ma per dare una valutazione corretta della spesa sanitaria sarda è fondamentale valutare anche un altro aspetto».
Quale?
«La Sardegna è una regione generosa che spende molto e si fa carico di servizi aggiuntivi. E tutto ciò che va extra Lea (livelli essenziali di assistenza ndr) fissati dal Ministero della Salute, deve essere pagato. Ecco perché la riduzione della spesa non era scontata, considerato che nel 2017 ci sono stati costi aggiuntivi e ci saranno anche nel 2018: contiamo di portare il disavanzo a 120 milioni – erano 249 nel 2016 – e dentro questi 120 ci sono 60-70 milioni di extra Lea, per esempio i 30 milioni delle guardie armate e la copertura dei costi di viaggio per i sardi che vanno a curarsi fuori dall’isola. Ma anche i presìdi per i diabetici da finanziare con fondi propri: è una scelta politica mirata a offrire una migliore assistenza».
Nonostante gli sforzi le liste d’attesa per le visite specialistiche sono molto lunghe. Che cosa si sta facendo per accorciare i tempi?
«È un processo complesso, con il blocco delle assunzioni è stato difficile aumentare l’offerta. Ma già nell’anno in corso per diverse prestazioni c’è stata una riduzione dell’attesa per esempio nelle aree di Cagliari, Carbonia, Sanluri. Mentre Sassari, dove i tempi non dipendono solo da noi ma anche dall’azienda ospedaliera, è indietro. Per questo stiamo ultimando uno studio che prevede un bacino di garanzia geografico: significa che ognuna delle 44 prestazioni ambulatoriali deve essere garantita all’interno di un raggio d’azione territorialmente compatibile. Significa che chi prenota una ecografia da Sassari non può essere mandato a Cagliari. Se sono prestazioni semplici devono essere garantite all’interno del distretto, se sono complesse all’interno dell’area socio sanitaria. E se l’ospedale non è in grado di offrirla, si indirizza il paziente verso i privati convenzionati. In questi giorni la Regione ha approvato i budget di spesa, io devo preparare i contratti: se mi rendo conto che negli ospedali non ci sono sufficienti macchinari per garantire le prestazioni in tempi ragionevoli, adeguerò il budget dei privati convenzionati».
Una questione spinosa è quella delle visite intramoenia, offerte dai medici a pagamento all’interno delle strutture ospedaliere.
«È un problema presente soprattutto a Sassari. Il dottor Pani, nuovo responsabile dell’area socio sanitaria, a breve dovrà predisporre un provvedimento deliberativo che vada a cambiare radicalmente la situazione. È una questione delicata prettamente sassarese».
L’altra novità in arrivo è la svolta sulle assunzioni. Quali sono i numeri e i tempi?
«Parliamo di 1200 persone tra medici, infermieri, tecnici e operatori socio-sanitari. Il 95% di loro assumerà l’incarico entro la fine dell’anno. La mappatura è stata completata, martedì incontrerò i direttori delle aree per fare il punto, poi al tema saranno dedicate giornate nelle singole aree. Dei 1200, 500 sono gli ex precari che saranno stabilizzati. Per quanto riguarda gli altri 700 li prenderemo dalla mobilità interaziendale, all’interno dell’isola o anche da fuori: ho ricevuto già 140 domande di sardi che hanno chiesto di rientrare a casa. Un’altra quota sarà presa attraverso lo scorrimento della graduatoria. Già entro maggio saranno chiamati i primi 200».
In questo modo si risolveranno i problemi d’organico più volte segnalati, per esempio in Gallura?
«Il blocco delle assunzioni ha imposto contratti a tempo determinato. Ma in alcune aree come Lanusei, Olbia e Carbonia la gente ha rifiutato. Con le nomine in ruolo, possibili grazie allo sblocco, la situazione cambierà».
Un anno e mezzo dopo ritiene che l’Azienda sanitaria unica sia stata una buona scelta per la Sardegna?
«Quando sono arrivato ho pensato che passare da 8 Asl a una sola azienda poteva essere eccessivo e complicato per una questione organizzativa. Invece è stata una buona idea. Anche perché ha avuto il merito di uniformare comportamenti organizzativi molto difformi e di limitare le ingerenze della politica locale».
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