donna assolta
L’agenzia si tiene i suoi soldi e la parte lesa finisce imputata
SASSARI. Il progetto era quello di vendere il suo appartamento per acquistarne uno nuovo dove realizzare il salone. Per questo, dopo avere letto l’annuncio di una casa in vendita a 130mila euro, una...
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SASSARI. Il progetto era quello di vendere il suo appartamento per acquistarne uno nuovo dove realizzare il salone. Per questo, dopo avere letto l’annuncio di una casa in vendita a 130mila euro, una parrucchiera aveva colto la palla al balzo. Alla fine l’affare è saltato e, oltre al danno, la protagonista di questa storia ha avuto la beffa di un processo per calunnia. La sua colpa? Avere denunciato la società immobiliare che non le aveva restituito i soldi della caparra. Due giorni fa il giudice l’ha assolta.
La storia inizia con una buona trattativa: i venditori sono disponibili all’accordo, l’aspirante acquirente consegna loro una caparra da 10mila euro e un assegno da 11.600 all’agenzia che si impegna a incassarlo ad affare concluso. A un certo punto i venditori si tirano indietro e non arrivano nemmeno al preliminare di vendita. I proprietari della casa restituiscono – correttamente – la caparra da diecimila euro e altrettanto avrebbe dovuto fare l’agenzia con l’assegno. Ma quando la donna chiede indietro gli 11.600 euro non trova risposta. Sentendosi vittima di un raggiro, la parrucchiera va dai carabinieri. A questo punto ci si sarebbe aspettati uno sviluppo della vicenda ben diverso. E invece l’acquirente viene a sua volta denunciata per calunnia. Ma mentre l’indagine nei confronti della dipendente della società immobiliare viene archiviata, la sua va avanti e la parrucchiera finisce a processo per calunnia. Durante il dibattimento l’avvocato Gian Marco Mura produce una serie di documenti, tra cui una sentenza dello scorso marzo della sesta sezione della Cassazione su un caso analogo. Mura spiega in aula l’assurdità di una vicenda giudiziaria nella quale la sua assistita da vittima di un reato diventa imputata. Il pm ne chiede comunque la condanna a un anno e 4 mesi ma il giudice Sergio De Luca la assolve con la formula «perché il fatto non sussiste».(na.co.)
La storia inizia con una buona trattativa: i venditori sono disponibili all’accordo, l’aspirante acquirente consegna loro una caparra da 10mila euro e un assegno da 11.600 all’agenzia che si impegna a incassarlo ad affare concluso. A un certo punto i venditori si tirano indietro e non arrivano nemmeno al preliminare di vendita. I proprietari della casa restituiscono – correttamente – la caparra da diecimila euro e altrettanto avrebbe dovuto fare l’agenzia con l’assegno. Ma quando la donna chiede indietro gli 11.600 euro non trova risposta. Sentendosi vittima di un raggiro, la parrucchiera va dai carabinieri. A questo punto ci si sarebbe aspettati uno sviluppo della vicenda ben diverso. E invece l’acquirente viene a sua volta denunciata per calunnia. Ma mentre l’indagine nei confronti della dipendente della società immobiliare viene archiviata, la sua va avanti e la parrucchiera finisce a processo per calunnia. Durante il dibattimento l’avvocato Gian Marco Mura produce una serie di documenti, tra cui una sentenza dello scorso marzo della sesta sezione della Cassazione su un caso analogo. Mura spiega in aula l’assurdità di una vicenda giudiziaria nella quale la sua assistita da vittima di un reato diventa imputata. Il pm ne chiede comunque la condanna a un anno e 4 mesi ma il giudice Sergio De Luca la assolve con la formula «perché il fatto non sussiste».(na.co.)
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