Storia ritrovata del tenente ragazzino che morì da eroe

Cent’anni fa sul Piave la fine dell’ufficiale 21enne della Reggio Nascosta la lapide che lo ricorda nell’atrio di Palazzo Ducale

A un secolo esatto dalla sua morte, il giornalista Bruno Merella ricorda Mario Carboni, 21 anni, ufficiale sassarese morto sul Piave il 16 giugno del 1918. Nell’atri di Palazzo Ducale c’è una lapide che ricorda il sacrificio del giovane ufficiale, ma è stata nascosta da una guardiola-ufficio realizzata per ospitare un vigile-urbano “piantone”.



Cent’anni fa, il 16 giugno del 1918, cadeva sul Montello, a breve distanza dal fiume Piave, il sassarese Mario Carboni, di 21 anni, tenente del 45 reggimento della Brigata “Reggio”. La Battaglia del Solstizio, che avrebbe portato l’Italia alla vittoria nella Grande Guerra, infuriava da 40 ore.

A fianco a Mario Carboni combatteva il fratello Umberto di vent’anni, sottotenente del 45° che, disperato, cercò immediatamente di lanciarsi all’attacco, ma fu trattenuto con la forza dai suoi uomini.

Mario, nato nel 1897, era il primogenito della famiglia del commerciante di tessuti di origine algherese Carmine Carboni (il negozio era al Corso, di fronte al teatro civico) che aveva sposato la nobile ozierese Giannetta Pietri Lopez. I due avevano 5 figli. Umberto (nato nel 1898, che avrebbe fatto carriera fino ai vertici dell’Icas e che avrebbe poi trasformato l’istituto di credito nel Banco di Sardegna), Giuseppe (nato nel 1899, che sarebbe poi diventato ispettore generale delle Ferrovie dello Stato), Lina ed Anna.

I tre fratelli erano gli atleti di punta della giovanissima Società di Educazione Fisica “Torres”, fondata dal cognato Antonino Diana, musicista e atleta, ( la città gli ha dedicato una strada), che aveva sposato Lina.

Mario, imbattibile in diverse discipline, aveva anche conquistato la medaglia d’argento a Genova, alla prima manifestazione nazionale cui aveva preso parte. Nel luglio del 1916, subito dopo l’esame di maturità tecnica, era partito volontario, arruolandosi nel 45° reggimento della Brigata Reggio. Questo reparto era di stanza a Sassari dal 1909 (il 46° era Cagliari).

Fondata nel 1859, la Reggio era stata una protagonista del Risorgimento, prendendo parte a tutte le guerre di indipendenza e partecipando alla presa di Roma. La maggior parte dei sassaresi erano arruolati nella Reggio e non nella Brigata Sassari. Il 151° e il 152° nacquero nel 1915 da “una costola” della Reggio: a Sinnai, e a Tempio.

Appena arruolato, Mario Carboni frequenta il corso ufficiali della scuola militare di Modena e in novembre raggiunge il reparto schierato sul Col Di Lana nelle Dolomiti. Scrive spesso alla famiglia e talvolta, per superare la censura, nelle interlinee aggiunge notizie bagnando il pennino nel limone. Il calore avrebbe poi fatto apparire, nello scritto segreto, una cronaca stringata, immediata, che descrive la durezza della guerra. La vigilia di Natale del 16 scrive «Vi è un luogo chiamato dai soldati, sebbene sia vietato, il vallone della morte. Qui sono sepolti più di 400 soldati del 51° fanteria».

Un anno dopo, il 9 novembre, scrive (sempre col limone) : «Ci siamo ritirati di circa 60 chilometri e ci troviamo sul fiume Piave. Siamo qui perché altrimenti ci avrebbero fatto prigionieri».

E’ la ritirata di Caporetto, conseguente allo sfondamento del fronte dell’alto Isonzo. Tutto l’esercito è costretto a ripiegare ed il 45° deve abbandonare le cime del Col di Lana e del Sief. Nella primavera del 1918 l’impero austro-ungarico decide di eliminare l’Italia con l’ultima “spallata”. Tre le direttrici del poderoso attacco: Monte Grappa-Tonale, altopiano di Asiago, Piave-Montello. Quest’ultimo colle era di vitale importanza perché domina il fiume e perché sulla vetta il caposaldo di Casa Serena (una cascina che esiste tutt’ora) era il punto di saldatura tra la 51^ Divisione e la 58^. Casa Serena era difesa dal 45° della Reggio e qui erano schierati i fratelli Carboni.

Alle 3 di notte del 15 giugno su tutto il fronte gli austroungarici danno il via a quella che sarà ricordata come la “Battaglia del Solstizio”. Le artiglierie bombardano le linee italiane fino all’alba, quando si muove la fanteria. Sul Piave il nemico stende una cortina fumogena impenetrabile e supera il fiume (in quel momento in magra) su zattere e passerelle ed avanza nonostante le gravissime perdite inflitte dalle artiglierie italiane. Alle 17 del 16, gruppi d’assalto e truppe scelte attaccano il Montello. Il 45° resiste bene al nemico che dilaga ma, a sera, il cedimento del 95° fanteria gli scopre il fianco destro e l’accerchiamento è inevitabile. È in questo combattimento che cadono Mario Carboni, il tenente romano Giuseppe Vincenzi (entrambi medaglia d’argento alla memoria). Ad est, a Casa Cavalli, il capitano di Quartu Sant’Elena Eligio Porcu, ferito ed accerchiato, preferisce togliersi la vita piuttosto che cadere prigioniero (medaglia d’oro). Sul far della notte il caposaldo di Casa Serena è perduto, ma la Brigata Reggio ha inflitto perdite talmente gravi da bloccare l’avanzata del nemico.

Sugli altri fronti montani, l’offensiva austroungarica si sta spegnendo e in pianura è la battaglia del Montello che capovolge la situazione. Sul colle, il 19, cade anche Francesco Baracca, asso della nostra aviazione e amico di Mario Carboni. Il 20 e il 21 il 45° contrattacca e gli austriaci si ritirano. Il 24 Casa Serena è riconquistata. Il 45° ha perso 16 ufficiali e quasi 600 uomini, ma il nemico è in fuga. Nasce la leggenda del Piave.

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