La Nuova Sardegna

Sassari

La vita in Sardegna ricordando la Moldavia

Manolo Cattari
La vita in Sardegna ricordando la Moldavia

Aurelia Ursu, laureata in Management del turismo, oggi fa l’interprete: con il crollo dell’Urss tutto lì è diventato più difficile

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Impara a (con)vivere con la nostalgia, perché a volte ti fa sopravvivere. Così recita un detto moldavo. Un po’ come quando si prova quella sensazione dolceamara nel vedere una vecchia foto pensando “Come ero magro” o “Quante vite avrei potuto vivere…”

Perché a volte, guardando indietro, oltre il piacere dei ricordi emerge la tristezza dei legami perduti e dei sogni, che sono rimasti tali. Così la nostalgia si macchia di malinconia e anche quando sei allegro la senti, quella oscura zavorra appesa. A volte legata alla perdita di una persona, alla morte di un ideale o a un’incomprensione con un familiare che da anni te lo fa sentire lontano anche standogli vicino.

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“Dor” è la parola moldava che descrive questo stato d’animo e racconta la storia di una terra di mezzo e di un popolo “preso e lasciato” da daci, turchi, mongoli, romeni e russi. La storia di un popolo che fino al crollo del muro apparteneva all’Urss per poi vivere un’indipendenza, che dà valore al detto “si stava meglio quando si stava peggio”, e che attualmente è in bilico tra il mantenere la propria indipendenza o lasciarsi annettere come provincia dalla Romania. Un popolo che ha tre parole per descrivere un proprio piatto tipico di riso: galubtzi in russo, galuce in moldavo e sarmale in rumeno.

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Aurelia Ursu è moldava. Ha 44 anni e da venti vive in Italia. La sua vita è un cambiamento che si intreccia con la storia del suo paese: «Ho avuto un’infanzia bellissima. Sono cresciuta in una famiglia abbastanza benestante, non ci hanno mai fatto mancare niente: viaggi, cibo in tavola. I rapporti tra familiari erano belli, anche se durante la guerra fredda, quindi con scuole con rifugi antiaerei e l’ombra nera della contaminazione di Cernobyl. Poi all’inizio della mia adolescenza, è iniziato contemporaneamente il periodo più brutto. Con il crollo dell’Unione Sovietica tutto comincia a prendere una strana piega».

Ha 16 anni quando la Moldavia dichiara l’indipendenza dall’Urss e seguendo la ventata di ottimismo collettivo che riconosce nella sua nazione una terra bella e ospitale, perciò possibile méta turistica, si sposta a Bucarest per laurearsi in management del turismo. Sarà una delle prime tra le tante trasformazioni che farà nella sua vita, «tutti i giovani moldavi come me erano pieni di speranza e di progetti, speravano di cambiare le sorti del Paese».

Ha gli occhi grandi e chiarissimi e dal suo viso e dal modo di parlare emerge questo misto di nostalgia malinconica e di forza e resilienza per il futuro. Dopo l’Urss la situazione economica e politica non è stabile. L’ottimismo si scontra con la realtà della povertà: abbandona l’idea del turismo e trova lavoro in una fabbrica come direttore commerciale.

I soci della fabbrica sono italiani e uno di loro le propone l’apertura di un’agenzia di viaggio a Sassari. Così arriva in Sardegna.

«La prima cosa che mi ha colpito arrivando è il vostro modo di mangiare sano, genuino e a orari fissi. In Moldavia non si mangia così sano, tutt’oggi cucinano con lo strutto».

In Sardegna, dopo essersi reinventata in diversi lavori stagionali, diventa un consulente tecnico di interpretazione e traduzione. «I miei genitori mi dicevano sempre: “Sei fai bene il letto dormirai bene”». E così in tutti i lavori che ha svolto ha sempre cercato di costruire relazioni oneste e leali, valori che sono alla base dell’educazione moldava.

Così i vari lavori diventano come viaggi in cui la cosa più importante è non restar fermi: «Siamo una generazione illusa e subito disillusa, forse per questo siamo cresciuti più in fretta. In Italia vedo ancora adulti a casa della mamma, in Moldavia non esiste. Appena abbiamo la possibilità, andiamo via da casa, andiamo a studiare fuori, lontano dai genitori, vogliamo indipendenza». Ma quando chiudi un capitolo della tua vita, o semplicemente torni da un viaggio, perdi anche qualcosa: e proprio questo è il “Dor”.

A tal proposito Nabakov scrisse: “Nessuna parola inglese è in grado di restituirne tutte le sfumature di significato. Uno stato di sofferenza spirituale che non scaturisce da alcuna causa specifica. Uno stato di vaga inquietudine, un senso di nostalgia o di struggimento amoroso”.

“Hai noroc” (buona fortuna) è il saluto che anticipa il brindisi, i moldavi scherzano sui russi che non capendo l’augurio rispondono con “Non so chi sia questo noroc, ma sono già ubriaco”.
 

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