Antonio Tajani: «Maxi piano miliardario per far ripartire l’isola»
Il presidente del parlamento Ue: «Priorità a infrastrutture e continuità»
SASSARI. L’eurorabbia non è nel suo dna. Lui è l’Italia che non ringhia davanti a Bruxelles, che non ha bisogno di esaltare il nazionalismo celodurista. Anche perché in un certo senso lui è l’Europa. Antonio Tajani, il presidente del parlamento europeo, è in Sardegna per sostenere la battaglia sull’insularità. Perché anche un presidente può scendere in piazza per chiedere il riconoscimento di un diritto fondamentale per i sardi. A invitarlo l’eurodeputato Salvatore Cicu, Fi.
Il tema dell’insularità diventa sempre più centrale in Sardegna. L’Europa può riconoscere questo gap certificato anche dal governo italiano?
«L’Europa ha già approvato un testo firmato dall’europarlamentare Salvatore Cicu che riconosce una serie di diritti alle isole europee. Questo è già un primo successo politico. Ma dobbiamo andare avanti. Nel prossimo bilancio comunitario ci saranno i riconoscimenti che assegnano risorse alla Sardegna e alle altre isole europee. La battaglia sarà anche sul bilancio 2021-24 perché siano assicurati i fondi per superare il gap infrastrutturale delle isole. Ci sono poi i fondi di coesione. Anche quest’anno la Sardegna resterà nell’obiettivo uno. Se da una parte c’è l’aspetto positivo che riceverà più fondi, dall’altro c’è quello negativo della mancata crescita economica in questi anni».
E sull’insularità?
«Serve una legge nazionale, come è stata fatta per la Sicilia. L’Europa di principio non è contraria, ma è chiaro che deve arrivare l’input dallo Stato membro. Così come per la Zona franca».
Lei è convinto che si possa attuare la zona franca in Sardegna?
«Io dico che non c’è un no preventivo dell’Europa. Al contrario l’Ue è pronta a dare il via libera se la richiesta arriva dallo Stato membro. Deve essere l’attuale governo nazionale a chiederla. Il discorso era iniziato quando Cappellacci era governatore, poi tutto si è interrotto. Oggi se l’Italia dovesse fare richiesta, come mi auguro, l’Europa agirebbe in tempi rapidi».
In Sardegna si chiede anche il riconoscimento di regione ultraperiferica, per via della sua distanza dalla terraferma. È possibile?
«Difficile. Secondo me si deve essere realisti e fare le giuste battaglie. Le regioni ultraperiferiche sono lontane dall’Europa. Sono la Martinica, le Azzorre, Guadalupe. La Sardegna non mi sembra così lontana. Si rischia di portare avanti una battaglia destinata alla sconfitta. Meglio combattere per insularità e zona franca. E anche per cancellare il gap infrastrutturale».
Resta il tema complesso della questione aiuti di Stato.
«Anche su questo punto si deve essere chiari. Si può lavorare con l’Ue per affrontare il tema, ma per farlo serve un governo credibile con piani precisi e proposte concrete».
Lei ha un’idea?
«Certo ho in testa un grande piano per creare un fondo unico. Un fondo fatto da tutte le risorse europee che non sono state utilizzate. Ci sono 11 fondi inutilizzati per un totale di 20 miliardi. Con questi si potrebbe creare un fondo per le regioni meridionali e le isole europee da cui attingere le risorse. A questo si potrebbero unire la Cassa depositi e prestiti, la Banca europea per gli investimenti e altri istituti di credito privati. Un fondo che finanzi opere determinate, progettate, precise, con uno sviluppo di piano strategico e tempi certi. Faccio alcuni esempi. Il potenziamento dei porti sardi. L’alta velocità dei treni nell’isola, la metanizzazione, il raddoppio delle arterie fondamentali. Ma anche la continuità territoriale marittima e aerea. E anche le autostrade digitali. Nell’interno dell’isola ci deve essere il 5G, come a Milano. Si devono creare le condizioni per fare restare i giovani in Sardegna. Qua ci sono ottime università, ma è inutile formare cervelli che poi emigrano. È chiaro che i 20 miliardi diventerebbero un moltiplicatore di investimenti con un effetto leva su tutta l’economia. E nello stesso tempo si ridurrebbe il gap infrastrutturale che in questi decenni ha penalizzato la Sardegna».
Non mi sembra un grande fan del reddito di cittadinanza.
«Si devono dare ai giovani prospettive di formazione e lavoro e i fondi europei potrebbero essere la strada. Di sicuro non lo è il reddito di cittadinanza, che tra l’altro non può essere fatto con i fondi europei. Ai giovani non dobbiamo dare elemosine, ma dignità e lavoro».
Come vede i rapporti del nuovo governo con l’Europa, e l’approccio così muscolare di alcuni suoi ministri?
«È giusto impegnarsi per far contare di più l’Italia in Europa, ma si deve avere anche il modo corretto. Non servono solo i muscoli, sono più utili la capacità di dialogo e la credibilità dell’esecutivo che si rappresenta. L’Italia si presenta con un debito pubblico in crescita e una serie di iniziative di governo che non hanno nessuna copertura. Come il reddito di cittadinanza, la flat tax, la riforma della legge Fornero. Come si possono attuare se non si hanno le risorse? Senza i conti in ordine non si può essere interlocutori credibili e autorevoli in Europa».
Mi sembra preoccupato delle prime mosse del governo Lega-5 Stelle.
«Sono preoccupato perché non vedo nessuna iniziativa da parte del governo per ridurre il debito pubblico. Se si porta avanti il reddito di cittadinanza c’è il rischio poi di non avere le risorse per pagare gli stipendi a poliziotti e insegnanti. La demagogia rischia di far pagare i conti pubblici. Io mi auguro che questo non accada, Ma questo è un governo che nasce da un matrimonio contronatura. Difficile conciliare le proposte della Lega figlie del progetto elettorale del centrodestra, con quello dei 5 Stelle. Non vedo una vita lunga di un simile esecutivo».
Come giudica l’approccio di Salvini con l’Europa?
«Il suo linguaggio non è il mio. Le sue posizioni sono individuali e personali. Io mi riconosco nelle idee e nel programma de centrodestra e di Forza Italia».
Calenda ha ipotizzato la nascita di un fronte repubblicano che comprenda tutte le forze antipopuliste. Le piace l’idea?
«No. Io credo nel centrodestra unito. E mi pare che ci credano anche gli elettori. Basta vedere il risultato delle ultime amministrative. Abbiamo conquistato molti comuni e i sondaggi danno il centrodestra oltre il 40 per cento. Mi pare che i 5 Stelle inizino a mostrare la loro debolezza. Sono convinto che una coalizione di centrodestra potrà guidare la Sardegna con autorevolezza e solidità nei prossimi 5 anni».
A proposito di Regionali. Si fa come possibile candidato governatore del centrodestra il nome dell’eurodeputato Salvatore Cicu. Le piace?
«Secondo me sarebbe un eccellente governatore. Ha un’esperienza importante. È parlamentare dal 1994, ed è stato prima a Roma, poi a Bruxelles. In altre parole ha in sé quel bagaglio di competenze nazionali e internazionali e di relazioni che ne farebbero un governatore ideale. Ha competenze fondamentali su temi complessi come il Tesoro e la Difesa, proprio in virtù dei suoi incarichi passati e attuali. Non sono io a candidarlo, ma se si convergesse sul suo nome sono certo che si farebbe un’ottima scelta per vincere le Regionali e dare alla Sardegna un eccellente governatore. Ma la scelta deve essere prima discussa e condivisa con la coalizione e all’interno del partito».
@LucaRojch
@RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
