«Per salvare i corallari basterebbe un robot»
di Daniela Scano
La pesca con il Rov può evitare embolie e tragedie ma il suo uso è proibito Lorenzo Chessa: «Così una intera categoria rischia ogni giorno la vita»
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SASSARI. Lavorare in condizioni estreme, rischiando la vita, non è solo un comportamento irresponsabile: è vietato dalla legge. Vale per tutti i lavoratori, tranne i corallari che quando escono di casa non sanno se torneranno. I pescatori dell’oro rosso sul lavoro devono confidare unicamente sulla propria esperienza professionale e sul feeling con il marinaio che li riporterà a bordo da profondità che possono toccare i 140 metri. Basta una distrazione, un imprevisto e la sorte del corallaro è segnata.
Dopo la tragedia di Alghero, dove il corallaro Dino Robotti è morto, qualcuno si scaglia contro le norme che regolamentano la pesca del corallo rosso. A denunciare la pericolosità di una situazione che potrebbe essere risolta con una legge è Lorenzo Chessa, un accademico e anche uno dei massimi esperti di corallo rosso in Italia. «L’attuale sistema di pesca espone i corallari al rischio di embolie – afferma – e questo è assurdo in un’epoca in cui la tecnologia ha consentito all’uomo di avvicinarsi a Plutone». «Le tecnologie che salvaguardano i corallari e l’ambiente esistono – spiega l’esperto –. Basterebbe usare il Rov (Remote Operated Vehicle) il cui uso per la pesca del corallo, però, è proibito per legge».
Lorenzo Chessa, ecologo marino e già docente di Ecologia nel dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha dedicato gran parte dei suoi studi al corallo rosso. Quando, come è accaduto ad Alghero, un corallaro muore sul lavoro, lui soffre un lutto. Ha patito anche per la fine di Dino Robotti e si è indignato quando è scattata la ricerca di un Rov da utilizzare per cercare il corpo del disperso. Chessa, da anni, sostiene infatti che quel macchinario sia una dotazione per lavorare in sicurezza. Il Rov è un veicolo subacqueo filoguidato dalla superficie attraverso una consolle con monitor e due joystick. «Per il prelievo del corallo va dotato di braccio robotizzato e di un cestino in rete per depositarvi le ramificazioni – dice Lorenzo Chessa –. L’operatore pesca restando a bordo, in totale sicurezza».
Chessa non si stanca di evidenziare le contraddizioni contenute nel decreto regionale che regolamenta annualmente la pesca del corallo rosso in Sardegna. «Una vecchia diatriba _ spiega _ vede contrapposti i corallari e la Regione che lo ha emanato». Secondo l’esperto, hanno ragione i corallari e ancora di più l’Aisc (Associazione italiana sommozzatori corallari) che si batte da anni per promuovere e migliorare la qualità del lavoro, la massima sicurezza operativa e la salute degli operatori. Condizioni difficili da garantire, almeno leggendo alcuni punti dell’articolo 1 del decreto.
Il punto 3 dispone che la pesca possa essere esercitata esclusivamente mediante l’uso della piccozza. Il punto 5 fissa a due chili e mezzo la quantità massima di corallo che può essere pescata giornalmente. Infine ci sono i contestatissimi punti 10 ed 11 che riguardano limitazioni all’uso del Rov. Queste impongono che la detenzione e l’utilizzo di Rov sia possibile esclusivamente per la perlustrazione dei banchi di corallo rosso nell’ambito dell’attuazione di progetti di ricerca scientifica.
Professore, perché alcuni punti del decreto regionale sulla pesca del corallo sono contestati dall’Aisc?
«I punti 3, 10 ed 11 sono collegati e riguardano i metodi di pesca/surveys. La pesca in immersione autonoma che prevede l’uso della sola piccozza per la raccolta è giustamente contestata innanzittutto in quanto estremamente rischiosa, in secondo luogo perché non consente la pesca selettiva del corallo ma danneggia la biocenosi coralligena ed il corallo stesso. Ciò in quanto con questo attrezzo si preleva tutto ciò che di vivente è insediato su quella data parete. La pesca selettiva può essere invece possibile se si utizza il Rov».
Ha avuto modo di sperimentare l’uso del ROV a scopo di raccolta?
«Nel 2011 ho messo a punto con l’Aisc un progetto pilota per valutare l’impatto della pesca del corallo rosso col Rov. Nell’ottobre dello stesso anno, questo progetto era stato presentato a un meeting internazionale che fa capo alla General Fisheries Commission for the Mediterranean (Gfcm) della Fao, svoltosi ad Ajaccio. Esso ha interessato il Comitato a tal punto che nel verbale dello Workshop è stata proposta la sperimentazione della pesca con Rov per l’intero Mediterraneo, col contributo degli operatori del settore».
Che fine ha fatto quel progetto?
«È stato inoltrato per ben due volte, nel 2011 e nel 2012, all’assessorato all’Agricoltura senza mai ottenere un cenno di risposta nonostante i solleciti.
E siete riusciti a fare la sperimentazione?
«Premesse ottime, risultato deludente. Sette anni fa ci sono stati diversi incontri in Regione per sollecitare l’avvio delle ricerche, facendo anche presente dei risultati ottenuti ad Ajaccio. Nel decreto per la regolamentazione della pesca del corallo per l’anno 2011, l’allora assessore aveva accolto la richiesta di numerosi corallari per la sperimentazione della pesca con Rov Ma non si è passati dalle parole ai fatti».
Professore, perché ritiene che la pesca del corallo col Rov sia la più adatta?
«Per due ordini di motivi. Il primo è la tutela della incolumità degli operatori. Il secondo motivo è di carattere ecologico: si comincia con un prelievo più accurato, garantito dalla tecnologia del braccio robotizzato. Il corallaro in immersione, con la piccozza non può fare altro che raschiare tutto il substrato, senza alcuna possibilità di selezione di taglia, ha solo 15 minuti per pescarlo quel giorno».
Ma allora secondo lei perché la Regione tende a mantenere lo status quo?
«Forse non vuole essere la Regione del Mediterraneo che fa il primo passo. Eppure nella Raccomandazione 35/2011/2 del Gfcm (The General Fisheries Commission for the Mediterranean) si invitano gli stati membri ad attuare fino a tutto il 2015 la sperimentazione della pesca del corallo con Rov e trasmettere i risultati allo stesso ente per la valutazione. La Corsica ha già fatto progressi in tal senso».
Dopo la tragedia di Alghero, dove il corallaro Dino Robotti è morto, qualcuno si scaglia contro le norme che regolamentano la pesca del corallo rosso. A denunciare la pericolosità di una situazione che potrebbe essere risolta con una legge è Lorenzo Chessa, un accademico e anche uno dei massimi esperti di corallo rosso in Italia. «L’attuale sistema di pesca espone i corallari al rischio di embolie – afferma – e questo è assurdo in un’epoca in cui la tecnologia ha consentito all’uomo di avvicinarsi a Plutone». «Le tecnologie che salvaguardano i corallari e l’ambiente esistono – spiega l’esperto –. Basterebbe usare il Rov (Remote Operated Vehicle) il cui uso per la pesca del corallo, però, è proibito per legge».
Lorenzo Chessa, ecologo marino e già docente di Ecologia nel dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha dedicato gran parte dei suoi studi al corallo rosso. Quando, come è accaduto ad Alghero, un corallaro muore sul lavoro, lui soffre un lutto. Ha patito anche per la fine di Dino Robotti e si è indignato quando è scattata la ricerca di un Rov da utilizzare per cercare il corpo del disperso. Chessa, da anni, sostiene infatti che quel macchinario sia una dotazione per lavorare in sicurezza. Il Rov è un veicolo subacqueo filoguidato dalla superficie attraverso una consolle con monitor e due joystick. «Per il prelievo del corallo va dotato di braccio robotizzato e di un cestino in rete per depositarvi le ramificazioni – dice Lorenzo Chessa –. L’operatore pesca restando a bordo, in totale sicurezza».
Chessa non si stanca di evidenziare le contraddizioni contenute nel decreto regionale che regolamenta annualmente la pesca del corallo rosso in Sardegna. «Una vecchia diatriba _ spiega _ vede contrapposti i corallari e la Regione che lo ha emanato». Secondo l’esperto, hanno ragione i corallari e ancora di più l’Aisc (Associazione italiana sommozzatori corallari) che si batte da anni per promuovere e migliorare la qualità del lavoro, la massima sicurezza operativa e la salute degli operatori. Condizioni difficili da garantire, almeno leggendo alcuni punti dell’articolo 1 del decreto.
Il punto 3 dispone che la pesca possa essere esercitata esclusivamente mediante l’uso della piccozza. Il punto 5 fissa a due chili e mezzo la quantità massima di corallo che può essere pescata giornalmente. Infine ci sono i contestatissimi punti 10 ed 11 che riguardano limitazioni all’uso del Rov. Queste impongono che la detenzione e l’utilizzo di Rov sia possibile esclusivamente per la perlustrazione dei banchi di corallo rosso nell’ambito dell’attuazione di progetti di ricerca scientifica.
Professore, perché alcuni punti del decreto regionale sulla pesca del corallo sono contestati dall’Aisc?
«I punti 3, 10 ed 11 sono collegati e riguardano i metodi di pesca/surveys. La pesca in immersione autonoma che prevede l’uso della sola piccozza per la raccolta è giustamente contestata innanzittutto in quanto estremamente rischiosa, in secondo luogo perché non consente la pesca selettiva del corallo ma danneggia la biocenosi coralligena ed il corallo stesso. Ciò in quanto con questo attrezzo si preleva tutto ciò che di vivente è insediato su quella data parete. La pesca selettiva può essere invece possibile se si utizza il Rov».
Ha avuto modo di sperimentare l’uso del ROV a scopo di raccolta?
«Nel 2011 ho messo a punto con l’Aisc un progetto pilota per valutare l’impatto della pesca del corallo rosso col Rov. Nell’ottobre dello stesso anno, questo progetto era stato presentato a un meeting internazionale che fa capo alla General Fisheries Commission for the Mediterranean (Gfcm) della Fao, svoltosi ad Ajaccio. Esso ha interessato il Comitato a tal punto che nel verbale dello Workshop è stata proposta la sperimentazione della pesca con Rov per l’intero Mediterraneo, col contributo degli operatori del settore».
Che fine ha fatto quel progetto?
«È stato inoltrato per ben due volte, nel 2011 e nel 2012, all’assessorato all’Agricoltura senza mai ottenere un cenno di risposta nonostante i solleciti.
E siete riusciti a fare la sperimentazione?
«Premesse ottime, risultato deludente. Sette anni fa ci sono stati diversi incontri in Regione per sollecitare l’avvio delle ricerche, facendo anche presente dei risultati ottenuti ad Ajaccio. Nel decreto per la regolamentazione della pesca del corallo per l’anno 2011, l’allora assessore aveva accolto la richiesta di numerosi corallari per la sperimentazione della pesca con Rov Ma non si è passati dalle parole ai fatti».
Professore, perché ritiene che la pesca del corallo col Rov sia la più adatta?
«Per due ordini di motivi. Il primo è la tutela della incolumità degli operatori. Il secondo motivo è di carattere ecologico: si comincia con un prelievo più accurato, garantito dalla tecnologia del braccio robotizzato. Il corallaro in immersione, con la piccozza non può fare altro che raschiare tutto il substrato, senza alcuna possibilità di selezione di taglia, ha solo 15 minuti per pescarlo quel giorno».
Ma allora secondo lei perché la Regione tende a mantenere lo status quo?
«Forse non vuole essere la Regione del Mediterraneo che fa il primo passo. Eppure nella Raccomandazione 35/2011/2 del Gfcm (The General Fisheries Commission for the Mediterranean) si invitano gli stati membri ad attuare fino a tutto il 2015 la sperimentazione della pesca del corallo con Rov e trasmettere i risultati allo stesso ente per la valutazione. La Corsica ha già fatto progressi in tal senso».
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