Sini: «Difendiamo con i denti la città, ma 365 giorni l’anno»
di Luigi Soriga
Nell’assemblea di stamattina si parla di crisi del territorio Il presidente: «Ci si risolleva solo con una comunità reattiva»
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SASSARI. La crisi del territorio non si scaccia urlando al complotto, facendo le vittime, parlando di cagliaricentrismo, puntando il dito contro i politici. Nel consiglio camerale aperto di stamattina (nella sede di via Roma) il presidente della Camera di Commercio Gavino Sini proverà a rileggere la decadenza di Sassari con una visione diversa. C’è rabbia in lui, ma anche il desiderio di dare una scossa.
«Sono giorni difficilissimi. Ormai siamo al tempo zero. Dobbiamo essere ignoranti e difendere ogni pezzetto del nostro territorio. Serve anche solo a ricucire la fiducia reciproca. Nel mio intervento chiamerò tutti a raccolta per dire: oggi si firma per il Policlinico, per la quattro corsie ad Alghero, per far rispettare gli impegni a Matrica, perché l’ospedale di Tempio non perda i posti, perché i laboratori a Sassari non chiudano. Ho voglia di ragionare poco. La comunità deve essere reattiva. Non mi interessa dare le colpe ai politici, non credo nella loro malafede. La catena in questa fase non può avere nemmeno un puntino di ruggine».
Sono parole dettate da rabbia, scatto d’orgoglio, preoccupazione?
«Un po’ di tutto ciò. Non mi dà pace una cosa: la consapevolezza che per governare il territorio non ci vorrebbe un grande sforzo: basterebbe aprire i cassetti e riesumare uno dei tanti programmi sul turismo, deindustrializzazione, innovazione disegnati in questi anni».
Perché non hanno funzionato?
«È la domanda che mi sono posto migliaia di volte. Penso di aver trovato una risposta. I modelli di sviluppo locale non hanno più una comunità pronta ad accoglierli. Non c’è quella fede e la propensione al sacrificio che fa mettere un pezzo di spalla sotto, così come avviene per i candelieri».
Faccia un esempio.
«Le economie che si salvano sono quelle sostenibili e a km 0. Se allestisco una filiera locale del grano e faccio pane a lievito madre, questo prodotto costa di più del pane rumeno decongelato. Ma se il territorio non è pronto a spendere un euro in più per quel pane, mio figlio farà il panettiere in Romania. Perciò la comunità deve spiegarmi che storia c’è dietro quel pane più genuino, e farmi capire quanto sia importante comprarlo».
Questo è un discorso che si spalma su ogni realtà. Domanda: perché in Sardegna ci sono città più proiettate verso lo sviluppo e altre in decadenza?
«Anche a Cagliari e Olbia esistono sacche di crisi. Ma vengono percepite di meno perché ci sono dei driver importanti. A Cagliari c’è l’accentramento dei servizi, quindi più gente e soprattutto maggiore reddito pubblico. Parliamo del più efficace ammortizzatore sociale che ancora garantisce gli stipendi. Il Pil sardo arriva dal pubblico e dalle pensioni. Chi campa le famiglie sono i nonni. Perciò a Cagliari ci sono più uffici, più Inps, quindi più soldi: se apri un bar lì è più facile che un cliente spenda. A Olbia invece c’è un aeroporto che quest’anno ha macinato 10 milioni di utili».
E a Sassari?
«Mancano questi due driver e in più c’è lo shock di tutti i posti di lavoro persi dal Petrolchimico. Prima 10 mila, poi 3 mila stipendi. È il taglio di un’arteria femorale. Matrica non supplirà mai un tale indotto.
Allora la città come si può risollevare?
«Solo con una comunità reattiva che superi le sue debolezze. Le tecnologie ci stanno disgregando e ci spostiamo su una socialità più veloce e superficiale. Su Fb ci chiamiamo amici e non ci siamo mai visti una volta. La comunità è la rete elettrosaldata sulla quale tu poggi il futuro. Noi siamo schiacciati sul presente, e in più la crisi ti porta a chinarti e a guardare se stessi. Imprenditori, cittadini, informazione, istituzioni hanno smesso di parlare e ognuno dà credito a l’altro. Così si formano logiche di clan, non di comunità. Non bisogna fare quadrato solo nelle emergenze. Riproviamo a fare comunità 365 giorni l’anno.
Sassari diventerà una succursale di Olbia?
«Tutti gli elementi ci mostrano una città in declino. Ma Sassari, ha una storia, un territorio e un peso economico e sociale importante. La base è forte. Prima un artigiano o un imprenditore produceva qualcosa anche solo per orgoglio. Perché voleva che la gente stesse meglio. Aveva un perché superiore. Voglio fare il vino migliore. Noi abbiamo sempre uno 0, + di imprese iscritte al registro. Ma le imprese che chiudono sono quelle storiche, che hanno 20 dipendenti e un perché. Il segno più invece è quello delle partite iva, di chi apre per disperazione, non per convinzione. Bisogna ritrovare il vecchio orgoglio, la motivazione del far bene le cose. E riscoprirci comunità coesa e reattiva, pronta a ripartire».
«Sono giorni difficilissimi. Ormai siamo al tempo zero. Dobbiamo essere ignoranti e difendere ogni pezzetto del nostro territorio. Serve anche solo a ricucire la fiducia reciproca. Nel mio intervento chiamerò tutti a raccolta per dire: oggi si firma per il Policlinico, per la quattro corsie ad Alghero, per far rispettare gli impegni a Matrica, perché l’ospedale di Tempio non perda i posti, perché i laboratori a Sassari non chiudano. Ho voglia di ragionare poco. La comunità deve essere reattiva. Non mi interessa dare le colpe ai politici, non credo nella loro malafede. La catena in questa fase non può avere nemmeno un puntino di ruggine».
Sono parole dettate da rabbia, scatto d’orgoglio, preoccupazione?
«Un po’ di tutto ciò. Non mi dà pace una cosa: la consapevolezza che per governare il territorio non ci vorrebbe un grande sforzo: basterebbe aprire i cassetti e riesumare uno dei tanti programmi sul turismo, deindustrializzazione, innovazione disegnati in questi anni».
Perché non hanno funzionato?
«È la domanda che mi sono posto migliaia di volte. Penso di aver trovato una risposta. I modelli di sviluppo locale non hanno più una comunità pronta ad accoglierli. Non c’è quella fede e la propensione al sacrificio che fa mettere un pezzo di spalla sotto, così come avviene per i candelieri».
Faccia un esempio.
«Le economie che si salvano sono quelle sostenibili e a km 0. Se allestisco una filiera locale del grano e faccio pane a lievito madre, questo prodotto costa di più del pane rumeno decongelato. Ma se il territorio non è pronto a spendere un euro in più per quel pane, mio figlio farà il panettiere in Romania. Perciò la comunità deve spiegarmi che storia c’è dietro quel pane più genuino, e farmi capire quanto sia importante comprarlo».
Questo è un discorso che si spalma su ogni realtà. Domanda: perché in Sardegna ci sono città più proiettate verso lo sviluppo e altre in decadenza?
«Anche a Cagliari e Olbia esistono sacche di crisi. Ma vengono percepite di meno perché ci sono dei driver importanti. A Cagliari c’è l’accentramento dei servizi, quindi più gente e soprattutto maggiore reddito pubblico. Parliamo del più efficace ammortizzatore sociale che ancora garantisce gli stipendi. Il Pil sardo arriva dal pubblico e dalle pensioni. Chi campa le famiglie sono i nonni. Perciò a Cagliari ci sono più uffici, più Inps, quindi più soldi: se apri un bar lì è più facile che un cliente spenda. A Olbia invece c’è un aeroporto che quest’anno ha macinato 10 milioni di utili».
E a Sassari?
«Mancano questi due driver e in più c’è lo shock di tutti i posti di lavoro persi dal Petrolchimico. Prima 10 mila, poi 3 mila stipendi. È il taglio di un’arteria femorale. Matrica non supplirà mai un tale indotto.
Allora la città come si può risollevare?
«Solo con una comunità reattiva che superi le sue debolezze. Le tecnologie ci stanno disgregando e ci spostiamo su una socialità più veloce e superficiale. Su Fb ci chiamiamo amici e non ci siamo mai visti una volta. La comunità è la rete elettrosaldata sulla quale tu poggi il futuro. Noi siamo schiacciati sul presente, e in più la crisi ti porta a chinarti e a guardare se stessi. Imprenditori, cittadini, informazione, istituzioni hanno smesso di parlare e ognuno dà credito a l’altro. Così si formano logiche di clan, non di comunità. Non bisogna fare quadrato solo nelle emergenze. Riproviamo a fare comunità 365 giorni l’anno.
Sassari diventerà una succursale di Olbia?
«Tutti gli elementi ci mostrano una città in declino. Ma Sassari, ha una storia, un territorio e un peso economico e sociale importante. La base è forte. Prima un artigiano o un imprenditore produceva qualcosa anche solo per orgoglio. Perché voleva che la gente stesse meglio. Aveva un perché superiore. Voglio fare il vino migliore. Noi abbiamo sempre uno 0, + di imprese iscritte al registro. Ma le imprese che chiudono sono quelle storiche, che hanno 20 dipendenti e un perché. Il segno più invece è quello delle partite iva, di chi apre per disperazione, non per convinzione. Bisogna ritrovare il vecchio orgoglio, la motivazione del far bene le cose. E riscoprirci comunità coesa e reattiva, pronta a ripartire».
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