Coronavirus, studenti Erasmus in fuga prima dello stop

La nave che riporta studenti e ricercatori sardi da Barcellona a Porto Torres

Alessia e Davide raccontano le peripezie prima della partenza di ieri notte con altri 40 sardi con la Grimaldi da Barcellona a Porto Torres

SASSARI. Alessia è salita sul treno di mattina presto, a Murcia. Lasciandosi alle spalle la sontuosa cattedrale, i palazzi gotici e barocchi e il suo corso annuale in economia, management e turismo. Nessuno l’ha controllata, nessuno le ha chiesto nemmeno il biglietto. Davide aspetta, nella sua casa di Barcellona, dove era arrivato appena due settimane fa per il suo tirocinio in architettura. C’è silenzio, perché i suoi coinquilini sono tornati a casa. È solo, e il tempo non passa mai. Entrambi hanno appuntamento, insieme ad altri quaranta tra studenti e studentesse, borsisti e ricercatori, al porto di Barcellona, per imbarcarsi nella Grimaldi Lines delle 22.15 che li porterà a Porto Torres, e poi a casa, una a Olbia, l’altro a Sassari.

Sono spaventati, delusi, sollevati, increduli, curiosi di vedere, di capire. Vogliosi di incontrare i genitori, con cui già sanno che non ci potrà essere, per i prossimi 15 giorni di auto isolamento, nemmeno un fugace abbraccio. Alessia e Davide hanno 20 e 21 anni e sono due studenti Erasmus dell’università di Sassari, parte di quel gruppo che il rettore Massimo Carpinelli e il suo staff ha riportato con caparbietà a casa. Chiamando prefetto e ambasciatore, presidente della Regione e ad della Grimaldi. Organizzando, sconciando tutto e ripartendo da capo, tra ordinanze italiane, sarde, spagnole. E i confini tra stati e regioni che si chiudevano sempre più ogni ora, facendo temere che non restasse più nemmeno uno spiraglio.

«Da sabato hanno bloccato tutto anche qui in Spagna – racconta Davide dalla sua casa di Barcellona –, niente locali, eventi, uscite, negozi. Noi lo sapevamo da settimane che era pericoloso. Sentivamo cosa stava succedendo in Italia. Ma fino a quando la situazione non precipita la gente preferisce far finta di niente, credere che i problemi siano sempre degli altri. E così se capivano che eri italiano ti guardavano storto. Due miei colleghi che parlavano in italiano tra loro sono stati trattati in malo modo in un supermercato. Il Coronavirus era una “cosa nostra”. È anche per questo che ho deciso di tornare. Ma soprattutto perché era chiaro che le limitazioni sarebbero arrivate anche qui. Che anche qui tutti si sarebbero dovuti chiudere in casa. E allora non aveva più senso restare».

Dello stesso parere Alessia, che a Murcia studia da settembre, sarebbe dovuta restare un anno. «Sono una che porta sempre a termine i suoi impegni – spiega, mentre gli altoparlanti scandiscono i nomi della stazioni –. Ma la differenza tra le notizie che arrivavano dall’Italia e la percezione del virus che avevano le persone intorno a me ha iniziato a diventare troppa. I miei genitori a Olbia si chiudevano in casa e la mia coinquilina a Murcia ancora usciva il sabato sera, e mi diceva di non drammatizzare, che era solo un’influenza. Io ho continuato a frequentare, con grandi cautele, i corsi universitari. Ma per il resto ho seguito le regole italiane, a costo di farmi prendere in giro. E, a un certo punto, ho capito che era il momento di tornare. Rispetto la scelta di chi ha deciso di restare, ma spero che non se ne debba pentire».

La paura comune è stata quella che il progressivo blocco dei confini diventasse invalicabili. «All’inizio – racconta Alessia – ci avevano parlato di un volo Alitalia da Madrid a Roma organizzato dal ministero degli Esteri. Poi è saltato tutto. Per fortuna però la nostra università si è mossa con decisione, caparbietà, e un’umanità che non dimenticherò. Ci hanno fatto sentire parte di una comunità forte e coesa. E grazie a loro stiamo tornando a casa». «L’ufficio relazioni internazionali ci ha seguito passo passo – conferma Davide – e ci ha aggiornato sullo sviluppo della situazione in Italia e in Sardegna. Sono spaventato, certo. E non so come e quando questo potrà finire. Per questo il posto giusto dove affrontarlo è la mia casa, la mia terra. Ci devo essere quando, tutti insieme, dovremo ripartire».

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