Lo chef Andrea Sini: «La mia quarantena? In mezzo al mare»

Lavorava a Bergamo, è rientrato nell’isola e si è autoisolato in barca a Castelsardo. «Lì coprifuoco e terrore»

SASSARI. Dall’inferno di Bergamo alla quiete del mare di Castelsardo. La barca in porto, alle spalle il castello dei Doria illuminato dal tricolore e tanto tempo per riflettere e dedicarsi a se stesso.

Andrea Sini, 43 anni, sassarese, sino alla prima settimana di marzo lavorava come chef in un ristorante di Pedrengo, hinterland di Bergamo. Il locale – “La Pelosetta” – è di proprietà di un uomo di Usini che tra il 1994 e il 1995 aveva avuto in gestione l’omonimo ristorante che si trova a Stintino. E proprio qui aveva conosciuto l’attuale moglie, bergamasca, e con lei si era trasferito in Lombardia.

«Avevo già programmato di rientrare in Sardegna per la stagione estiva ma, vedendo la situazione nei posti in cui mi trovavo – racconta – ho accelerato. Il 9 marzo mi sono imbarcato a Genova e la mattina del 10 ero a Porto Torres». E, così come stabilito da decreti e ordinanze, una volta arrivato nell’isola ha cominciato la sua quarantena. Dove? In mezzo al mare.

«Ho visto i miei genitori dalla finestra chiusa, li ho salutati e sono andato dritto a Castelsardo dove mio padre ha in porto un semicabinato di 6,50 metri. Una soluzione provvisoria, ovviamente non è un tipo di barca dove si può pensare di vivere a lungo ma per la mia quarantena in solitaria si è rivelata perfetta». In realtà Andrea una volta terminato l’autoisolamento ha deciso volontariamente di prolungarlo: «Per maggiore sicurezza sono rimasto in barca da solo 18 giorni anziché i canonici 14. È avrei continuato ancora ma il tempo stava diventando brutto e poi in quella parte del molo dove mi trovavo io non ci sono le cabine dell’elettricità, le devono ancora ripristinare, e quindi stavo iniziando a incontrare le prime difficoltà».

Ma come passava la giornata in mezzo al mare? «Il silenzio era bellissimo, rilassante. Durante il giorno mi dedicavo ai lavoretti sulla barca. Aveva bisogno di tanta manutenzione e così giorno per giorno l’ho messa a posto. Ho lucidato le parti in acciaio, ho rifatto tutto l’impianto elettrico, ho pitturato, scartavetrato. I primi quattro giorni non mi sono fermato un attimo. A dormire alle 20.30 e sveglia anche alle 4 del mattino. Qualche aperitivo in videochiamata con amici e familiari, mentre la spesa me la portava più o meno ogni due/tre giorni mio padre. Lasciava le buste in banchina, ci salutavamo da lontano e il tempo è passato così».

Una vita decisamente diversa da quella che per nove mesi ha fatto a Bergamo. Una città che, soprattutto nell’ultimo mese, era diventata invivibile. «Quando è scoppiato tutto il caos a fine febbraio – racconta Andrea – devo dire che ai bergamaschi non importava più di tanto. Si usciva lo stesso. Ricordo ancora che una sera, finito tardi di lavorare, ho desiderato una pizza e con un amico siamo entrati in un pub: c’erano almeno 250 persone!». Poi è cambiato tutto. «Ora c’è il coprifuoco. Sono partito perché lì la situazione è realmente pericolosa. E davvero non c’è altra soluzione che quella di stare a casa. Solo così se ne potrà uscire».

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