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Indagine sul Coronavirus in Sardegna, l'epidemiologo: "Indispensabile per fronteggiare nuove ondate"

Umberto Aime
Indagine sul Coronavirus in Sardegna, l'epidemiologo: "Indispensabile per fronteggiare nuove ondate"

Giovanni Sotgiu, università di Sassari: è la via maestra se vogliamo capire come si è diffuso

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CAGLIARI. L'indagine su larga scala non è solo necessaria, ma indispensabile per «inquadrare l'epidemia nella sua reale entità». A sostenerlo è Giovanni Sotgiu, insegna Statistica medica all'università di Sassari.

Lo screening regionale e nazionale cominceranno uno dopo l'altro: partono in ritardo?

«Da marzo l'Organizzazione mondiale della sanità sollecita l'avvio di indagini epidemiologiche. C'è voluto del tempo, ma alla fine l'importante è che partano e con un obiettivo comune».

Quale dovrà essere?

«Accertare con esattezza quale è stata l'effettiva circolazione del virus al di là di quello che sappiamo: il numero di positivi palesi, i ricoverati e quello dei decessi».

In sostanza bisognerà scoprire il sommerso.

«Esatto. Oggi sappiamo che, secondo alcune stime, per ogni caso accertato potrebbero esserci una decina di positivi asintomatici, cioè quelli che non hanno accusato i sintomi della malattia ma hanno prodotto comunque gli anticorpi e che quindi verosimilmente si sono immunizzati. Bene, attraverso le indagini, capiremo se questa stima è confermata o meno nella realtà».

Perché uno screening è così importante se non decisivo?

«Perché, oltre a fornirci dati statistici importanti, ci permetterà di prevedere potenzialmente l'entità di possibili nuove ondate nei prossimi mesi. Ma anche di individuare con precisione quali potrebbero essere i territori più a rischio e soprattutto avere un identikit sui soggetti più vulnerabili in futuro».

Partiamo dalla Sardegna.

«In linea teorica, potrei sostenere che la contenuta diffusione del virus, in questa prima fase, potrebbe rappresentare per noi un'incognita. Mi spiego meglio: finora i sardi positivi ufficiali al coronavirus sono stati solo un migliaio, e quindi c'è ancora una larghissima parte della popolazione che potenzialmente potrebbe essere infettata nel caso di un secondo attacco frontale, ad esempio in autunno. Con i dati di un'indagine epidemiologica su larga scala, facciamo così anche prevenzione, identificando i soggetti a rischio».

Soprattutto perché non sappiamo ancora quanti potrebbero essere i positivi sottotraccia.

«Esatto ed è proprio quello che bisogna accertare con precisione. Ma visto che non può essere sottoposta al test tutta la popolazione, va scelto un campione che sia il più rappresentativo possibile del territorio in cui si va a indagare».

Quali sono le regole per stabilire se un campione è rappresentativo o meno?

«Da quelle più semplici, come la residenza, l'età e il genere, ad altre più complesse. Queste indagini possono essere utili per capire i cosiddetti fattori di rischio, che predispongono all'infezione e alla malattia, come una patologia oppure abitudini di vita. Una su tutte: quanto può incidere sul rischio di positività se il soggetto fuma oppure no. Una buona indagine deve mettere in conto queste variabili ma anche molte altre».

È possibile quantificare i test necessari in Sardegna per ottenere risultati certi?

«Esistono algoritmi attraverso cui si stabilisce un numero preciso di test. Di sicuro chi ha organizzato le due indagini, quella regionale e quella nazionale, avrà tenuto conto di questi modelli statistici ormai consolidati. Poi dipende anche dalle risorse economiche messe in campo: più soldi hai, più grande sarà il campione coinvolto».

L'importante che i test siano attendibili.

«È un altro aspetto fondamentale. Nel bando nazionale, è richiesto almeno il 90 per cento di sensibilità e almeno il 95 per cento di specificità. Significa ridurre il più possibile i cosiddetti falsi negativi, nel primo caso, e i falsi positivi, nel secondo. Quindi, diciamo così, gli errori dovranno essere inferiori al 10 e al 5 per cento. È questa clausola è di per sé una garanzia».

C'è davvero il rischio di una nuova ondata?

«È una delle vere incognite, ma abbiamo alle spalle quanto siamo riusciti a fare nelle prima fase e la conoscenza, insieme al progredire della scienza, è da sempre un'arma vincente».

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