Sassari, senza lavoro non pagava gli alimenti alla moglie: assolto
L’architetto rimasto privo di sostentamento aveva tentato il suicidio poi era finito sotto processo
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SASSARI. Qualche mese fa aveva raccontato in un’aula di tribunale i motivi per cui non aveva dovuto interrompere il pagamento degli alimenti ai figli. Era stato un racconto drammatico quello di un architetto e insegnante sassarese finito a processo per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Un uomo perbene che a un certo punto della sua vita aveva deciso di lasciare la cattedra e inseguire nuove sfide. Sua moglie lo aveva supportato nell’avvio di un’impresa di materiali edili. Le cose in un primo momento erano andate bene, poi non più ed è allora che era cominciato il declino. Lavorativo e personale. Il fallimento dell’azienda si era portato dietro anche quello del matrimonio.
«Io avrei voluto dare alla mia ex moglie i soldi che spettavano a lei e a nostro figlio ancora minorenne – aveva raccontato l’imputato in aula – e finché ho potuto l’ho fatto. Ma poi sono caduto in disgrazia, non riuscivo più a pagare, mi sono anche ammalato e un giorno, con gli ultimi otto euro che mi erano rimasti in tasca, ho comprato una corda e ho provato a impiccarmi. Ho provato, sì, ma alla fine non ho avuto il coraggio di lasciar andare la sedia sotto i piedi, signor giudice...». Il suo racconto aveva fatto calare il gelo nell’aula del tribunale. Giudice, pubblico ministero e avvocati avevano ascoltato a bocca aperta la deposizione drammatica dell’uomo che aveva spiegato come erano cominciate le prime difficoltà economiche e insieme a quelle, come accade nella gran parte dei casi, anche le prime tensioni tra marito e moglie.
La disperazione aveva preso ben presto il sopravvento e l’uomo, assistito nel processo dall’avvocato Claudio Mastandrea, aveva tentato di togliersi la vita per due volte. Il giudice ha creduto alla sua storia e lo ha assolto.
Un uomo perbene che a un certo punto della sua vita aveva deciso di lasciare la cattedra e inseguire nuove sfide. Sua moglie lo aveva supportato nell’avvio di un’impresa di materiali edili. Le cose in un primo momento erano andate bene, poi non più ed è allora che era cominciato il declino. Lavorativo e personale. Il fallimento dell’azienda si era portato dietro anche quello del matrimonio.
«Io avrei voluto dare alla mia ex moglie i soldi che spettavano a lei e a nostro figlio ancora minorenne – aveva raccontato l’imputato in aula – e finché ho potuto l’ho fatto. Ma poi sono caduto in disgrazia, non riuscivo più a pagare, mi sono anche ammalato e un giorno, con gli ultimi otto euro che mi erano rimasti in tasca, ho comprato una corda e ho provato a impiccarmi. Ho provato, sì, ma alla fine non ho avuto il coraggio di lasciar andare la sedia sotto i piedi, signor giudice...». Il suo racconto aveva fatto calare il gelo nell’aula del tribunale. Giudice, pubblico ministero e avvocati avevano ascoltato a bocca aperta la deposizione drammatica dell’uomo che aveva spiegato come erano cominciate le prime difficoltà economiche e insieme a quelle, come accade nella gran parte dei casi, anche le prime tensioni tra marito e moglie.
La disperazione aveva preso ben presto il sopravvento e l’uomo, assistito nel processo dall’avvocato Claudio Mastandrea, aveva tentato di togliersi la vita per due volte. Il giudice ha creduto alla sua storia e lo ha assolto.
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