Delitto Ara, ergastolo per Unali

Il 37enne fu ucciso nel 2016 davanti a casa della madre. Provvisionale di 330mila euro alle parti civili  

SASSARI. Per la corte d’assise di Sassari, presieduta dal giudice Massimo Zaniboni, l’allevatore di Mores Vincenzo Unali è colpevole. Tanto da meritare la condanna all’ergastolo e l’isolamento diurno per un anno.

È stato cioè lui a impugnare il fucile quel 15 dicembre del 2016 e a sparare a Ittireddu contro il giovane Alessio Ara, ucciso a 37 anni per il solo fatto – questa è sempre stata la tesi della Procura – di aver avuto una relazione con Piera Unali, figlia dell’imputato e già impegnata con un altro uomo, Costantino Saba. Una storia d’amore che per il padre non doveva né poteva andare avanti. Il rischio era infatti che la fine della relazione “ufficiale” della donna con il suo compagno potesse compromettere gli affari di famiglia. Condivisioni di terreni e bestiame tra suocero e genero, grossi interessi economici messi in pericolo da un sentimento che, nell’ottica dell’allevatore di Mores, bisognava troncare sul nascere.

Ieri mattina, dopo circa quattro ore di camera di consiglio, la lettura del dispositivo nel silenzio dell’aula della corte d’assise.

Vincenzo Unali, assistito dall’avvocato Pietro Diaz, non ha pronunciato una sola parola né ha accennato alcuna espressione di contrarietà. Mentre i familiari della vittima si sono lasciati andare a un pianto liberatorio. Il fratello di Alessio Ara, Giansalvatore, non ha voluto commentare il verdetto, aveva la voce spezzata dal pianto. Non ha mai saltato un’udienza, un dolore composto e una grande dignità hanno sempre contraddistinto lui e gli altri familiari che hanno partecipato al processo. La corte ha disposto il pagamento di una provvisionale di 200mila euro a favore di Grazietta Pittalis, mamma della vittima, e di 130mila euro per il fratello del 37enne. Entrambi si erano costituiti parte civile con gli avvocati Luigi Esposito e Ivan Golme.

In aula ieri erano presenti anche la moglie dell’imputato e il genero Costantino Saba. Tra le due famiglie nessuna parola, neppure uno scambio di sguardi. Finita l’udienza tutti hanno abbandonato l’aula accompagnati dai rispettivi avvocati.

Bisognerà ora attendere le motivazioni della sentenza per capire quali argomentazioni dell’impianto accusatorio prospettato dal pubblico ministero Giovanni Porcheddu hanno convinto i giudici di primo grado a emettere una sentenza di condanna all’ergastolo.

Il sostituto procuratore che ha coordinato le scrupolose indagini eseguite dai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo provinciale di Sassari, aveva in mano quella che a suo dire era una prova chiave: il Dna. Tracce biologiche furono infatti rinvenute su un indumento che fu trovato vicino al luogo dell’omicidio e che, secondo il pm Giovanni Porcheddu, fu perso dal killer durante la fuga. Si trattava del pantalone di una tuta che sarebbe stato usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, fu utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Unali.

Ma per la difesa all’interno dello stesso pantalone della tuta era presente anche il Dna di un’altra persona, ignota. E questo particolare, a parere dell’avvocato Diaz, avrebbe dovuto far vacillare le certezze degli investigatori. Ma la Procura lo aveva definito un dettaglio irrilevante dal momento che quella tuta poteva benissimo appartenere ad altri e in tal caso era ovvio che ci fosse un Dna differente. Ciò che per il pm andava evidenziato era piuttosto l’identità della persona che aveva stretto quel laccio per realizzare la custodia dell’arma. E su quel laccio c’era il Dna dell’imputato.

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