Covid, prigionieri in casa a pane e acqua

Una famiglia attende il tampone dall’Ats dal 1 ottobre: «Siamo sani, non possiamo uscire e non possiamo fare la spesa»

SASSARI. Gli arresti domiciliari vanno avanti da fine settembre, e il regime carcerario a volte è anche duro: «Ci sono giorni che dobbiamo accontentarci di pane e acqua, quest’ultima bevuta dal rubinetto. Perché quando sei in quarantena e non puoi mettere naso fuori di casa, non sempre trovi qualcuno disposto a portarti ogni giorno la spesa». Lei 58 anni, il marito 63 e il figlio di 21: ultimo tampone positivo datato 1 ottobre, dopodiché fine delle trasmissioni. Dall’Ats e dal Servizio Igiene più nessuna notizia. «Ma si può lasciare la gente in una situazione simile? – dice Pina P. – siamo letteralmente prigionieri del Covid. Ci avevano detto che avrebbero fatto gli altri test a distanza di una settimana, ma non si è più fatto vivo nessuno. Ogni giorno proviamo a chiamare i numeri telefonici dell’Ats, ma o sono muti o non risponde nessuno. Siamo disperati, ci siamo rivolti anche alle forze dell’ordine, ma anche loro ci hanno rimbalzato dicendo che la competenza, nella gestione dei contagi, è del sistema sanitario».

Il problema dello screening, dei tracciamenti e della tempistica negli esiti dei tamponi ormai rischia di tenere in ostaggio sempre più famiglie. «Mio figlio lavorava in una pizzeria, e ormai ha perso il lavoro. Siamo in difficoltà economica. E non sappiamo quando ci libereranno da questa detenzione forzata». E aggiunge: «Il bello è che tutti e tre stiamo bene, non abbiamo nè febbre e nè sintomi. Ogni giorno ci chiamano dall’ospedale e ci chiedono i valori della temperatura. Abbiamo implorato anche loro di sollecitare il personale dell’Ats, in modo che ci facciano questo benedetto test e sospendano questo isolamento. Perché alla fine noi siamo in ballo dal 29 di agosto».

La signora Pina aveva accusato febbre, l’avevano sottoposta al tampone ed era risultata positiva. Anche il marito resta contagiato, e l’11 settembre accusa difficoltà respiratorie e al pronto soccorso gli diagnosticano una polmonite bilaterale da Covid. Rimane ricoverato sino al 21 settembre, quando le sue condizioni sono stabili e può rientrare a casa. Anche il figlio di vent’anni, che abita con i genitori, risulta positivo allo screening. Così si arriva al 1 ottobre, quando l’equipe dell’Ats sottopone l’intera famiglia al tampone, e accerta che ancora la negativizzazione non è completa.

«Nel frattempo le nostre condizioni di salute sono decisamente migliorate, e ci sentiamo sani come un pesce. Però stare rinchiusi dentro quattro mura per un mese, è alienante. Mi figlia ha un bimbo piccolo che soffre d’asma, e giustamente ha paura per un eventuale contagio. Non posso pretendere che si prenda cura di noi ogni giorno. Insomma, siamo costretti a dipendere ancora dagli altri, perché l’Ats si è dimenticata di noi. Siamo allo stremo, speriamo solo che questo incubo finisca presto».

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