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Sassari, Don Galia: «Ai ragazzi non servono multe ma educazione»

Sassari, Don Galia: «Ai ragazzi non servono multe ma educazione»

Il cappellano del carcere sulle “punizioni” per chi è senza mascherina: «Più utile fargli pulire una piazza o una scuola»

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SASSARI. Più che multe, che finiscono per punire genitori che invece andrebbero aiutati, attività utili e concrete, come pulire una piazza o una scuola. Per spingerli davvero a riflettere sul loro comportamento. Parole di uno che di “ragazzi difficili” se ne intende, Don Galia, cappellano del carcere ed educatore, che vuole dire la sua una multa di 400 euro data ad un gruppo di ragazzi senza mascherina che sbeffeggiava la Municipale.

«Mi è sorta questa riflessione – spiega - , soprattutto in riferimento alla risposta di un ragazzo che, rimproverato dal papà, lo apostrofava dicendo: “Si ma a me non interessa nulla, tanto la multa la paghi tu!”. Intanto, non è corretto giudicare i genitori: incapaci, deboli, inadeguati a educare, dicendo con superficialità: “ai miei tempi!”. Di fatto, però, non possiamo far crescere i nostri figli con questo modo di pensare e di agire. Innanzitutto, è necessaria una alleanza educativa tra chi mette la multa e chi deve pagarla. Se i ragazzi sono arrivati al punto di sfidare la polizia e i genitori, è necessario trovare altre modalità e ci vuole fermezza e alleanza. Se i genitori difendono “sempre” i figli e la società condanna i genitori, non si va nessuna parte e loro se la ridono impuniti».

«Comincerei con lo sgombrare il campo da alcune imprecisioni sul concetto di punizione: se essa diviene uno sfogo per le nostre frustrazioni di genitori falliti nell'educazione dei figli oppure una vendetta inconscia per la figuraccia che abbiamo fatto davanti agli altri genitori o ancora il rafforzamento della credenza che la repressione sia più utile della prevenzione e dell’educazione, stiamo in errore. E allora dovremmo chiederci a che serve la punizione. In primo luogo serve far riflettere il ragazzo sull’episodio accaduto, in secondo luogo a prendersi le proprie responsabilità, in terzo luogo ad accettare le conseguenze “fastidiose” di quel comportamento negativo, e infine a rendersi conto che nella vita ci sono dei limiti e delle regole. La multa, in effetti, non raggiunge nessuno di questi obiettivi».

«Esiste un qualcosa di alternativo, di propositivo che il ragazzo può fare? Sono solo necessari il carcere, le percosse, l’isolamento in casa, il togliere degli oggetti o far saltare il calcio, la palestra, la piscina, la danza, che ritengo attività educative, da non togliere mai? Forse sarebbe più utile cercare di essere più creativi per il raggiungimento del nostro scopo. Degli esempi concreti? Se ai nostri famosi ragazzi, a cui aggiungerei tutti i bulletti del sabato sera, avessimo imposto delle attività, tipo: sabato dalle 17 alle 19 pulire Piazza Castello o Piazza Italia; o il cortile della scuola davanti ai compagni al mattino; oppure sequestro per una settimana del cellulare; o pulire i giardini degli ospedali, delle Chiese (ops, un mio conflitto d’interessi!), delle case per anziani, o proporre la lettura e la sintesi di un libro con valori civici, o il vedere un film con contenuti educativi, o ancora una firma dai vigili urbani per 4 weekend. Queste sono “punizioni” che toccano direttamente la persona! Non è facile, ma è necessario cogliere soprattutto il contenuto del messaggio. Le modalità concrete, insieme si trovano. In tutto questo non è da escludere una maggiore presenza dei genitori. Sono necessari la presenza e l’esempio. Se io, per primo, non credo in alcuni valori, se io mi disinteresso di ciò che fa mio figlio nel tempo libero, non potrò avere la pretesa che i nostri giovani crescano rispettosi delle regole del vivere civile. E forse talvolta, le punizioni, le farei fare insieme: genitori e figli. Sì, perché anche gli adulti, presi dal loro narcisismo e dai loro progetti, hanno perso la responsabilità e la voglia di educare. Educare è l’amore più grande che un genitore può avere nei confronti del figlio. Ma educare/amare è anche sacrificio!».



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