«Io, in prima linea contro il virus tra paura e orgoglio»
di Giovanni Bua
Sassari, un volontario del 118 racconta la sua battaglia quotidiana: «Ora sono in isolamento e temo per la mia famiglia»
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SASSARI. Dodici ore di lavoro filate, un giorno sì e uno no. Cinquecento euro e spiccioli di rimborso spese, per un “volontariato” che di fatto è a tempo pieno, e assomiglia molto a una missione. Soprattutto in epoca di Covid, quando le sirene suonano il doppio dell’ordinario, e ogni trasporto si porta dietro ore di attesa, per una barella, un posto, la sanificazione del mezzo. E tanta paura, per il ritorno a casa dai genitori anziani, dalla moglie o dalla compagna, dai bambini.
È in isolamento da una settimana Antonio, 36 anni, da 5 volontario nelle ambulanze di un’associazione che opera nel Sassarese. Il suo gruppo, di stanza in un paese del circondario, è fermo dopo che uno di loro è risultato positivo. E i due mezzi base attendono a motori spenti che il tempo della quarantena trascorra. Giorni buoni per riflettere: «Chiuso tra la mia stanza, un bagno e il terrazzino – racconta – perché vivo con i miei genitori, e mia madre ha avuto un tumore. E allora ho deciso che non potevo farla rischiare di nuovo. Come ho fatto per tutti questi mesi». Rischi che, nonostante tutte le precauzioni prese, sono altissimi. «Ogni trasporto – racconta Antonio – siamo bardati con tute e visiere, mascherine, guanti e gambali. Ci guida l’adrenalina dell’intervento, e non facciamo in tempo ad avere paura. Ma quando poi ti spogli e torni a casa la preoccupazione sale. Ho colleghi che hanno compagne incinta, bambini, genitori anziani. Io ho mia mamma, che mi dice di stare tranquillo. Ma io tranquillo non sto».
Il paradosso è che, per una delle categorie più a rischio, non è previsto un monitoraggio periodico. «Anche in questo caso – spiega il volontario – non sappiamo ancora bene come comportarci. Chiamiamo Usca, Ats, Sisp ogni giorno. gli chiediamo quando faremo i tamponi, quando potremo ripartire. L’assurdo è che in questi mesi in prima linea io non ho mai fatto un tampone. Ci sono sportivi che ne fanno quattro a settimana. Per gli equipaggi del 118 non è previsto uno screening periodico, che ci faccia dormire sonni un po’ più tranquilli».
Per non farsi travolgere dalla paranoia l’unica strada e rimettersi al lavoro. «Potrebbero sembrare fasi fatte – continua Antonio – ma io e i miei compagni vogliamo aiutare. In questa seconda ondata i trasporti sono raddoppiati. E crescono di giorno in giorno. Nel piccolo paese in qui abbiamo la base a marzo ne facevamo 20 al mese, ora siamo a più di 40. E ogni trasporto vuole dire una trafila di ore. Mi è capitato di vedere dieci o venti ambulanze ferme per essere sanificate, o di aspettare tre ore una barella in pronto soccorso. Capisco il momento drammatico, ma mi chiedo se stiamo davvero facendo tutto al meglio».
Di certo la “base” di Antonio ora è ferma. In attesa della fine della quarantena e dell’agognato tampone. «Mi chiedo chi stia facendo il nostro lavoro ora. Quanto tempo perdano per venire su da noi. Non vediamo l’ora di tornare in strada, nonostante i dubbi, la paura, nonostante tutto».
È in isolamento da una settimana Antonio, 36 anni, da 5 volontario nelle ambulanze di un’associazione che opera nel Sassarese. Il suo gruppo, di stanza in un paese del circondario, è fermo dopo che uno di loro è risultato positivo. E i due mezzi base attendono a motori spenti che il tempo della quarantena trascorra. Giorni buoni per riflettere: «Chiuso tra la mia stanza, un bagno e il terrazzino – racconta – perché vivo con i miei genitori, e mia madre ha avuto un tumore. E allora ho deciso che non potevo farla rischiare di nuovo. Come ho fatto per tutti questi mesi». Rischi che, nonostante tutte le precauzioni prese, sono altissimi. «Ogni trasporto – racconta Antonio – siamo bardati con tute e visiere, mascherine, guanti e gambali. Ci guida l’adrenalina dell’intervento, e non facciamo in tempo ad avere paura. Ma quando poi ti spogli e torni a casa la preoccupazione sale. Ho colleghi che hanno compagne incinta, bambini, genitori anziani. Io ho mia mamma, che mi dice di stare tranquillo. Ma io tranquillo non sto».
Il paradosso è che, per una delle categorie più a rischio, non è previsto un monitoraggio periodico. «Anche in questo caso – spiega il volontario – non sappiamo ancora bene come comportarci. Chiamiamo Usca, Ats, Sisp ogni giorno. gli chiediamo quando faremo i tamponi, quando potremo ripartire. L’assurdo è che in questi mesi in prima linea io non ho mai fatto un tampone. Ci sono sportivi che ne fanno quattro a settimana. Per gli equipaggi del 118 non è previsto uno screening periodico, che ci faccia dormire sonni un po’ più tranquilli».
Per non farsi travolgere dalla paranoia l’unica strada e rimettersi al lavoro. «Potrebbero sembrare fasi fatte – continua Antonio – ma io e i miei compagni vogliamo aiutare. In questa seconda ondata i trasporti sono raddoppiati. E crescono di giorno in giorno. Nel piccolo paese in qui abbiamo la base a marzo ne facevamo 20 al mese, ora siamo a più di 40. E ogni trasporto vuole dire una trafila di ore. Mi è capitato di vedere dieci o venti ambulanze ferme per essere sanificate, o di aspettare tre ore una barella in pronto soccorso. Capisco il momento drammatico, ma mi chiedo se stiamo davvero facendo tutto al meglio».
Di certo la “base” di Antonio ora è ferma. In attesa della fine della quarantena e dell’agognato tampone. «Mi chiedo chi stia facendo il nostro lavoro ora. Quanto tempo perdano per venire su da noi. Non vediamo l’ora di tornare in strada, nonostante i dubbi, la paura, nonostante tutto».
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