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Sassari

maestra parte civile 

Stalking, bidello si difende in aula: «Per me era una di famiglia»

di Nadia Cossu
Stalking, bidello si difende in aula: «Per me era una di famiglia»

SASSARI. Si è sottoposto a esame nel processo che lo vede imputato di stalking nei confronti di un’insegnante della scuola dove anche lui lavorava come bidello. Ieri mattina, davanti al giudice Elena...

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SASSARI. Si è sottoposto a esame nel processo che lo vede imputato di stalking nei confronti di un’insegnante della scuola dove anche lui lavorava come bidello. Ieri mattina, davanti al giudice Elena Meloni, Agostino Pinna ha risposto alle domande del suo avvocato Marco Palmieri e a quelle del pm e dei legali di parte civile Lidia Marongiu (che assiste la maestra) e Pietro Piras (avvocato del compagno della vittima).

Al centro dell’esame dell’imputato in particolare quei volantini diffamatori che per mesi venivano sparsi per tutta Sassari e per Sorso e dove comparivano nome e cognome della donna, numero di telefono e la disponibilità a offrire prestazioni sessuali. Oltre a frasi infamanti, epiteti volgari, minacce di morte.

Ieri in aula l’imputato ha negato ogni accusa. «Avevamo un rapporto bellissimo – ha detto al giudice – mi piaceva molto come insegnava, il rapporto che aveva con i bambini. Siamo diventati amici e per me era come una di famiglia. Ho cresimato anche suo figlio. Sapevo che i rapporti con il marito non erano buoni, me ne parlò più volte. Le ho sempre detto che quei problemi si potevano superare. Quando mi diceva che voleva separarsi l’aiutavo a superare la crisi, sicuramente ho contribuito a far durare il suo matrimonio finché è stato possibile». Poi l’insegnante ha conosciuto un altro uomo e lì tutto è cambiato. L’incubo è andato avanti dal 2017 al 2018. «Quando, dopo un periodo di mia grande sofferenza – aveva raccontato lei – seppe che ero decisa a voltare pagina nella mia vita, che non volevo che lui ne facesse parte perché non si era comportato bene e che avevo conosciuto un altro uomo, cambiò atteggiamento».

«Non capivo perché avesse chiuso ogni tipo di rapporto con me – ha spiegato lui ieri – mi faceva star male questo, più chiedevo spiegazioni e peggio era. Non ho mai scritto né diffuso quei volantini. Anzi, sono stato io a raccoglierli un giorno fuori dalla scuola e a buttarli. Né ho mai scritto lettere anonime». Eppure due parole in particolare – “incantatore” (riferito al nuovo compagno della maestra) e “sapere superiore” – compaiono sia nei testi delle commedie per la scuola che l’imputato era solito scrivere, sia nelle lettere recapitate ai genitori della vittima. Incalzato su questo dall’avvocato Marongiu, il bidello non ha saputo dare una spiegazione. Così come non l’ha data sul fatto che la grafia dell’indirizzo scritto sulle lettere anonime fosse uguale a quella del biglietto di auguri mandato da lui tempo prima al figlioccio (figlio della maestra). «Fate una perizia» ha sollecitato.

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