«Calpestata la dignità dei malati»
di Nadia Cossu
Il processo al neurologo Dore e ad altri 20 imputati. I giudici: «Un consesso di truffatori privi di pietas»
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SASSARI. Per i giudici di primo grado – che lo scorso novembre hanno condannato 21 imputati a conclusione del processo “Dore-Alzheimer” – in tutta questa brutta storia c’è un “valore/diritto” leso «che nella gerarchia dei valori costituzionali supera di gran lunga quello patrimoniale, che pure è coinvolto». Ed è la dignità della persona umana. Valore «che la condotta (degli imputati ndc) ha vilipeso: ha leso la dignità del malato costretto a subire – ed è questo gravissimo – in quanto malato. E ha leso la dignità dei loro cari (resi) incapaci di accettare – come chiunque – la fine della vita e della salute come un passaggio essenziale della vita stessa».
Sono state depositate alcuni giorni fa le motivazioni della sentenza emessa dal collegio presieduto da Mauro Pusceddu (a latere Giulia Tronci e Sergio De Luca) nei confronti di 21 imputati (a vario titolo) di associazione a delinquere finalizzata a truffa, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, omicidio colposo e abuso d’ufficio. Al centro del dibattimento la Psiconeuroanalisi, ossia una “terapia” che il neurologo di Ittiri Giuseppe Dore e i suoi “adepti” (così li definiscono i giudici) spacciavano per miracolosa nella cura di patologie come l’Alzheimer e altre forme di demenza.
Ma in realtà, così come sempre sostenuto dal procuratore della Repubblica Gianni Caria titolare dell’inchiesta, quella terapia era priva di validità scientifica e avrebbe previsto atteggiamenti violenti nei confronti dei pazienti.
I familiari si erano lasciati abbindolare. «Invece di essere rispettati e accompagnati da medici per la via della cura, e non della guarigione, sulla leva di questa debolezza sono stati turlupinati – scrivono i giudici – (...) portati a compiere ciò che era in realtà violenza e dileggio suggeriti da un consesso di truffatori privi di pietas, con l’imperdonabile schermo di una struttura medico sanitaria pubblica».
E proprio qui entra in gioco il ruolo della dottoressa Marinella D’Onofrio. La sua responsabilità è giudicata dal collegio più grave rispetto a quella di Dore. Ed è ben spiegato nelle motivazioni. «Se Giuseppe Dore è il soggetto centrale della vicenda, quello al quale viene ascritto un ruolo di catalizzatore carismatico della speranza-disperazione connessa alle malattie in esame, davvero nulla, o ben poco, sarebbe stato possibile senza l’asservimento della struttura pubblica che avrebbe dovuto formarlo (o fermarlo) il cui pieno appoggio è stato garantito dalla dottoressa Marinella D’Onofrio in virtù di quella autorevolezza personale preesistente».
La condanna a nove anni di carcere inflitta in primo grado proprio alla D’Onofrio rispetto a quella a otto anni e sei mesi di Giuseppe Dore aveva quasi sorpreso negli istanti immediatamente successivi alla lettura del dispositivo. Infatti, se Dore era considerato il «capo assoluto del sodalizio criminale», «profeta della setta», «alle cui direttive tutti si conformavano», perché una pena più lieve?
La risposta è contenuta nelle motivazioni. La “credibilità” fornita dalla D’Onofrio avrebbe secondo i giudici rappresentato «un volano, consentendo di porre in essere quel fenomeno-Dore che da solo non avrebbe avuto alcun credito, se non misero e locale (...). L’avere una grande credibilità ha generato una maggiore responsabilità».
Un chiarimento che delinea la struttura associativa della «setta» (così si configura secondo i giudici) che poteva contare su una «cupola medica» per realizzare la truffa «ai danni dei pazienti o, più di frequente, dei loro familiari, indotti con l’inganno a effettuare significativi esborsi di denaro in favore di Dore, quale corrispettivo delle sue pseudo prestazioni professionali e in favore dell’Aion».
Il collegio di primo grado definisce il neurologo di Ittiri «regista dell’intera operazione criminale, la cui buona riuscita è legata in grande misura al suo carisma personale e alle sue doti dialettiche», con una «personalità caratterizzata da notevole scaltrezza, significative capacità manipolatorie e un ego ipertrofico». Ma – puntualizzano allo stesso tempo – la sua responsabilità è comunque «reputata seconda a quella della D’Onofrio». La neurologa nel corso del proprio esame «ha negato ogni addebito tentando di sostenere l’insostenibile» con «dichiarazioni contraddittorie» e «prove acquisite nel corso dell’istruttoria dibattimentale che hanno ampiamente smentito la versione dell’imputata» la quale «si occupava del reclutamento dei pazienti da dirottare al collega, selezionandoli tra i casi clinici che si presentavano alla sua attenzione». Da qui la condanna più pesante «perché perfettamente consapevole dell’esistenza della dimensione associativa e dei suoi fini delinquenziali».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Sono state depositate alcuni giorni fa le motivazioni della sentenza emessa dal collegio presieduto da Mauro Pusceddu (a latere Giulia Tronci e Sergio De Luca) nei confronti di 21 imputati (a vario titolo) di associazione a delinquere finalizzata a truffa, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, omicidio colposo e abuso d’ufficio. Al centro del dibattimento la Psiconeuroanalisi, ossia una “terapia” che il neurologo di Ittiri Giuseppe Dore e i suoi “adepti” (così li definiscono i giudici) spacciavano per miracolosa nella cura di patologie come l’Alzheimer e altre forme di demenza.
Ma in realtà, così come sempre sostenuto dal procuratore della Repubblica Gianni Caria titolare dell’inchiesta, quella terapia era priva di validità scientifica e avrebbe previsto atteggiamenti violenti nei confronti dei pazienti.
I familiari si erano lasciati abbindolare. «Invece di essere rispettati e accompagnati da medici per la via della cura, e non della guarigione, sulla leva di questa debolezza sono stati turlupinati – scrivono i giudici – (...) portati a compiere ciò che era in realtà violenza e dileggio suggeriti da un consesso di truffatori privi di pietas, con l’imperdonabile schermo di una struttura medico sanitaria pubblica».
E proprio qui entra in gioco il ruolo della dottoressa Marinella D’Onofrio. La sua responsabilità è giudicata dal collegio più grave rispetto a quella di Dore. Ed è ben spiegato nelle motivazioni. «Se Giuseppe Dore è il soggetto centrale della vicenda, quello al quale viene ascritto un ruolo di catalizzatore carismatico della speranza-disperazione connessa alle malattie in esame, davvero nulla, o ben poco, sarebbe stato possibile senza l’asservimento della struttura pubblica che avrebbe dovuto formarlo (o fermarlo) il cui pieno appoggio è stato garantito dalla dottoressa Marinella D’Onofrio in virtù di quella autorevolezza personale preesistente».
La condanna a nove anni di carcere inflitta in primo grado proprio alla D’Onofrio rispetto a quella a otto anni e sei mesi di Giuseppe Dore aveva quasi sorpreso negli istanti immediatamente successivi alla lettura del dispositivo. Infatti, se Dore era considerato il «capo assoluto del sodalizio criminale», «profeta della setta», «alle cui direttive tutti si conformavano», perché una pena più lieve?
La risposta è contenuta nelle motivazioni. La “credibilità” fornita dalla D’Onofrio avrebbe secondo i giudici rappresentato «un volano, consentendo di porre in essere quel fenomeno-Dore che da solo non avrebbe avuto alcun credito, se non misero e locale (...). L’avere una grande credibilità ha generato una maggiore responsabilità».
Un chiarimento che delinea la struttura associativa della «setta» (così si configura secondo i giudici) che poteva contare su una «cupola medica» per realizzare la truffa «ai danni dei pazienti o, più di frequente, dei loro familiari, indotti con l’inganno a effettuare significativi esborsi di denaro in favore di Dore, quale corrispettivo delle sue pseudo prestazioni professionali e in favore dell’Aion».
Il collegio di primo grado definisce il neurologo di Ittiri «regista dell’intera operazione criminale, la cui buona riuscita è legata in grande misura al suo carisma personale e alle sue doti dialettiche», con una «personalità caratterizzata da notevole scaltrezza, significative capacità manipolatorie e un ego ipertrofico». Ma – puntualizzano allo stesso tempo – la sua responsabilità è comunque «reputata seconda a quella della D’Onofrio». La neurologa nel corso del proprio esame «ha negato ogni addebito tentando di sostenere l’insostenibile» con «dichiarazioni contraddittorie» e «prove acquisite nel corso dell’istruttoria dibattimentale che hanno ampiamente smentito la versione dell’imputata» la quale «si occupava del reclutamento dei pazienti da dirottare al collega, selezionandoli tra i casi clinici che si presentavano alla sua attenzione». Da qui la condanna più pesante «perché perfettamente consapevole dell’esistenza della dimensione associativa e dei suoi fini delinquenziali».
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