Usò i soldi del padre per curarlo: 52enne di Sassari assolto dal peculato

L’imputato era stato nominato amministratore di sostegno La difesa: tutte le spese servivano per assistere il genitore

SASSARI. Era stato accusato di essersi appropriato dei risparmi dell’anziano padre di cui era stato nominato amministratore di sostegno. E per questa ragione il reato che gli veniva contestato dalla Procura della Repubblica di Sassari era il peculato: per la legge, infatti, quel figlio era un “incaricato di pubblico servizio”.

Al termine del processo il collegio presieduto dal giudice Elena Meloni (a latere Valentina Nuvoli e Gian Paolo Piana) lo ha però assolto «perché il fatto non sussiste».

Tutto ha inizio nel 2013 quando l’imputato, un 52enne sassarese, attraverso un provvedimento del giudice tutelare del tribunale di via Roma riceve la nomina di amministratore di sostegno del proprio padre, affetto da varie patologie e ospite della residenza Casa Serena (l’uomo è deceduto lo scorso anno a causa del covid).

A un certo punto dall’interno della struttura per anziani vengono segnalate presunte inadempienze da parte del figlio. I successivi accertamenti della polizia giudiziaria diventano accuse vere e proprie: come quella di gestire non correttamente i risparmi del libretto postale (cointestato) nel quale venivano accreditati gli emolumenti della pensione dell’anziano, poco più di mille euro al mese. Secondo la Procura il 52enne si sarebbe appropriato «in più occasioni dei risparmi del genitore per un importo complessivo di 16.430 euro». Di questa cifra avrebbero fatto parte anche i soldi (7.948 euro) che il figlio avrebbe dovuto utilizzare per pagare tutte le rette mensili della struttura che ospitava il padre. Debito che, secondo l’accusa, non sarebbe invece stato saldato.

A conclusione del processo l’imputato è stato però assolto. Durante il dibattimento è venuta fuori una gestione probabilmente disordinata dei conti da parte del 52enne ma allo stesso tempo tutti i testimoni sentiti in aula – della difesa e anche dell’accusa – hanno parlato di un figlio amorevole e attento, affezionato al proprio padre che non ha mai abbandonato nella residenza. Durante l’arringa l’avvocato difensore Carlo Foddai ha esposto una tesi in linea con la Cassazione secondo la quale «il giudizio di colpevolezza per il reato di peculato richiede un effettivo comprovato prelievo di denaro per finalità estranee alla gestione dell’amministrato e non un sospetto fondato su figure sintomatiche, quali la violazione dell’obbligo di rendiconto o l’assenza di comunicazione col giudice tutelare».

L’imputato ha spiegato che i prelievi di denaro dal conto erano sempre stati utilizzati per prendersi cura del padre: spese mediche frequenti e onerose (visite specialistiche, medicinali). E, ancora, per l’assistenza continua affidata a un’infermiera e per i panni. Tutte circostanze confermate dai testimoni che sono stati sentiti in tribunale.

Soldi che non sarebbero però bastati per pagare anche le rette della casa di riposo.

Il pubblico ministero Enrica Angioni, ritenendo che l’assenza di giustificazione di tutte le spese sostenute fosse quanto meno anomala, ha chiesto la condanna dell’imputato. Ma il collegio, accogliendo la tesi del difensore Carlo Foddai, ha assolto il 52enne perché il fatto non sussiste.

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