«Mi ha violentato», figlio fa condannare il padre

I presunti abusi del genitore sarebbero avvenuti quando la vittima aveva 7 anni Oggi, maggiorenne, ha confermato le accuse in aula davanti ai giudici d’appello

SASSARI. È entrato in aula, davanti ai giudici della corte d’appello di Sassari, e con lucida freddezza ha confermato la terribile accusa nei confronti del padre: «Sì, quando avevo sette anni mi ha violentato». Testimonianza che al genitore imputato è costata una condanna a otto anni di reclusione. Due in più rispetto ai sei già inflitti in primo grado. E lui, questo padre che si è sempre dichiarato innocente e che ha attribuito alle tensioni maturate nell’ambito della separazione dalla moglie le accuse rivoltegli dal figlio, ora si dice disperato e spera nell’ultima carta giudiziaria da “giocare”: la Cassazione.

È una storia di sofferenza e disagio quella rievocata nell’aula della corte d’appello da un ragazzo oggi ventenne che all’epoca dei fatti denunciati di anni ne aveva appena sette. Durante l’incidente probatorio (nel 2008), il bambino, che in un primo momento aveva accusato il padre di pedofilia, aveva cambiato versione: «Mi ha fatto male con un coltello mentre dormivo».

Un racconto confuso nel quale il piccolo non aveva però mai detto di esser stato violentato dal padre. Dichiarazioni che l’imputato, un imprenditore di 43 anni (difeso dagli avvocati Antonio Secci e Mario Spanu), considerava il frutto malato di fantasie infantili germogliate nelle conflittualità familiari.

Il ragazzo e la mamma, parti civili con l’avvocato Gabriela Pinna Nossai, hanno raccontato un’altra storia. Il figlio dell’imputato ha spiegato che la confusione che poteva aver contraddistinto il suo racconto quando era bambino, ha oggi lasciato spazio alla consapevolezza. E per questo il legale, condividendo le conclusioni del pg Stefano Fiori e ricordando il grave disagio vissuto dal bambino che negli anni avrebbe portato il peso dell’abuso subìto, aveva chiesto la condanna dell’imputato.

La linea difensiva è andata invece in tutt’altra direzione. Per Secci e Spanu, ad esempio, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, quando si sarebbe verificata la presunta violenza – ossia quando il figlio andava a trovare il padre – il bambino dormiva dalla nonna paterna. Circostanza confermata dall’anziana. Inoltre, una perizia eseguita dal medico sulle parti intime del piccolo che sarebbero state oggetto di violenza con un coltello non avrebbe sciolto i dubbi.

Per i difensori (che ricorreranno per Cassazione) esisterebbe una frattura logica tra quanto raccontato dal bambino nell’incidente probatorio – quindi nell’immediatezza dei fatti – e la “prova dichiarativa” resa a distanza di molto tempo. Nel primo caso, dopo un giudizio di validazione degli psichiatri, il bambino avrebbe detto di essersi trovato un taglietto e ne avrebbe dedotto che solo il padre poteva averglielo provocato. Oggi, maggiorenne, ha puntato il dito contro il genitore «senza però precisare nel dettaglio le dinamiche» ha sostenuto la difesa che, evidentemente, ritiene che il processo d’appello non abbia chiarito i dubbi già emersi in primo grado. Ma per i giudici quella dichiarazione granitica – “Mi ha violentato” – ha avuto un peso determinante.

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