Sassari, roghi tossici a Piandanna: condanna per dodici rom
Un’area del campo era stata trasformata in un grande inceneritore a cielo aperto. La pena più alta, 4 anni di carcere, a uno degli organizzatori dei continui incendi
SASSARI. A metà dicembre di sei anni fa un blitz dei carabinieri del Noe all’interno del campo nomadi di Piandanna aveva portato all’arresto di tredici persone, accusate di aver trasformato un’area del campo all’ingresso della città in un vero e proprio inceneritore a cielo aperto in cui veniva bruciato di tutto, compresi rifiuti tossici. Ieri mattina per dodici imputati, tutti bosniaci residenti da anni a Piandanna (uno nel mentre è deceduto) è arrivata la condanna dai giudici del collegio presieduto da Elena Meloni (a latere Valentina Nuvoli e Claudia Sechi).
La pena più alta è stata inflitta a Paolo Sulejmanovic, condannato a quattro anni di reclusione e al pagamento di mille euro di multa. Tre anni e otto mesi di reclusione sono stati inflitti a Serif e Sonic Sulejmanovic, Jacovar Adzovic e Muhammed Ismael Sartep. Due anni e sei mesi di reclusione sono stati invece inflitti a Camcol, Dalibor, Marco, Nura, Rambo e Sonja Sulejmanovic e Gevade Seferovic. Tutti sono stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere. I dodici imputati erano difesi dal collegio difensivo composto dagli avvocati Marco Palmieri, Nicola Lucchi, Marco Salaris, Daniela Masala, Cinzia Rita Cossu, Mario Riviezzo, Attilio Pinna e Cristina Chessa.
Sei anni fa le telecamere dei carabinieri del Noe erano o rimaste puntate sulla discarica abusiva del campo nomadi di Piandanna per oltre due mesi, documentando tutto quello che avveniva accanto alla strada che costeggia l’orto botanico. All’interno del campo veniva bruciato di tutto a tutte le ore del giorno e della notte. Cartone, cavi di gomma e plastica, indumenti, mobili in disuso, rame. E il fumo generato dai roghi, con il suo odore nauseabondo, si sollevava denso sino a rendere irrespirabile e nociva l’aria dell’intera zona di Piandanna, alla periferia ovest di Sassari, dove ci sono svariati palazzi oltre alle cliniche dell’azienda ospedaliero universitaria, con i reparti di Neonatologia e di Terapia intensiva continuamente a rischio evacuazione proprio a causa della tossicità prodotta da quegli incendi. Le accuse andavano dalla gestione di discarica non autorizzata sino alla ricettazione, passando per la combustione illecita di rifiuti. Tra i motivi principali di quei roghi continui – è emerso durante il processo – c’era il bisogno di ricavare rame da rivendere in fretta al mercato nero in cui è richiestissimo.
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