A Ozieri la pizza sa di inclusione

Nel locale “Piz-Stop” della cooperativa Spes lavorano professionisti e giovani con lievi disabilità

OZIERI. È la pizzeria-paninoteca Piz-Stop l’ultimo anello della catena di attività di inclusione lavorativa della Spes, cooperativa di tipo B, braccio operativo della Caritas diocesana di Ozieri. Inaugurata venerdì scorso a margine del convegno “Povertà ed esclusione sociale”, nel quale la Caritas ha illustrato i dati delle opere di solidarietà svolte nel 2020 e in particolare durante il lockdown, la pizzeria occupa in tutto 15 addetti tra sala, cucina e forno. Ci sono i professionisti, tra cui alcuni lavoratori della precedente gestione, ma accanto a loro ci sono anche dei ragazzi “speciali”, che nel lavoro della pizzeria troveranno un’occasione di inserimento lavorativo che avrebbe potuto essere loro preclusa altrove.

Piz-Stop è l’ultima sintesi della mission della cooperativa Spes, che come ha spiegato nel corso del convegno il presidente Tonino Becciu «è quella di valorizzare le persone e renderle protagoniste della loro vita. In questo senso – ha aggiunto – l’avvio al lavoro è una componente importante se non fondamentale, ed è quello che noi facciamo dal 2005 grazie al sostegno delle istituzioni (la Regione e la Cei con l’8x1000) e alle convenzioni con i Comuni. Nasce per esempio da un accordo con il Comune di Ozieri il progetto “Andiamo a lavorare” che ha ricevuto il placet della Cei quest’anno. Legata all’attività già avviata della vigna Don Salis, è un’impresa vitivinicola in piena regola che comprende una cantina, la lavorazione di uve anche per conto terzi, fornitura di supporto tecnico, imbottigliamento. «Andiamo a lavorare è un progetto che risponde al duplice bisogno di creare opportunità di lavoro (impiegherà 10 operai, ndc) e dare ascolto a una necessità espressa dal territorio, dove questo tipo di servizio mancava. E ha anche un’altra caratteristica importante, che è quella che ci ha fatto ottenere il finanziamento dell’8x1000 (cui la cooperativa ha aggiunto un cofinanziamento del 30 per cento, ndc.): come le altre attività della Spes è autosostenibile, ovvero sarà in grado in breve tempo di fatturare e andare avanti da sola».

Lavoro per chi ne ha bisogno e servizi per il territorio – ne è altro esempio la convenzione con l’istituto Agrario per degli stage nella vigna per gli studenti – e legati al territorio, come il panificio. Attività che sono state rilevate dalla Spes dopo la chiusura per motivi diversi – lo sono per esempio la serigrafia e la pizzeria nonché lo stesso panificio – o create ex novo come la cantina. Sono le cosiddette opere-segno, iniziative che rappresentano «la Chiesa che si affaccia al povero, che ascolta i suoi bisogni e cerca di darvi ristoro», ha spiegato il presidente della Caritas diocesana don Mario Curzu, parroco di Bono. E il risultato di queste opere-segno è emerso in tutta la sua interezza nel corso del convegno di venerdì, nel quale si sono ascoltate le testimonianze di Michaela (che con suo marito Vincenzo lavora nella Spes) e di Vittorio, che hanno raccontato la loro seconda vita dopo l’ascolto ricevuto prima dalla Caritas e poi dalla Spes; ma anche di Franca, volontaria Caritas e operatrice dei Servizi sociali del Comune di Buddusò, e don Roberto Arcadu, parroco di San Francesco e Santa Lucia a Ozieri, che hanno illustrato il grande lavoro fatto dalla Caritas durante il lockdown e la pandemia.

Un lavoro spiegato nel dettaglio dalla psicologa e operatrice Caritas Silvia Camoglio e dalla responsabile Giovanna Pani, che ha esposto cifra per cifra come e dove sono stati utilizzati i fondi a disposizione e la loro provenienza.

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