esperimento dell’accademia della cucina
La fainé si abbina allo champagne martedì una serata in via Usai
SASSARI. Una volta si mangiava con la spuma. Ora molti la mangiano con la birra. La delegazione di Sassari dell’Accademia italiana della cucina ora la vuole abbinare allo champagne e agli spumanti...
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SASSARI. Una volta si mangiava con la spuma. Ora molti la mangiano con la birra. La delegazione di Sassari dell’Accademia italiana della cucina ora la vuole abbinare allo champagne e agli spumanti metodo classico. Un cibo poverissimo con un vino “ricco”. La serata, organizzata in collaborazione con l’agenzia Affinità Elettive è in programma per martedì 16 novembre, in via Usai, alla Fainè Sassu di Mario Marongiu, nel tempio di questa prelibatezza.
I gusti più diffusi sono alle cipolle, salsicce, salsicce e cipolle e, ancora, funghi. Ma i più tradizionalisti la mangiano senza altri ingredienti: semplice, croccante e tanto calda da bruciarti le mani. Già, perché la fainè si mangia con le mani aiutandosi con dei piccoli tovaglioli di carta grezza color nocciola, dopo una abbondante spolverata di pepe nero. L’abbinamento con le bollicine è particolarmente azzeccato perché dopo una sorsata di brut o champagne la bocca resta pulita, pronta ad accogliere un altro boccone di fainè.
Anche se di forni di fainè ne esistono in diversi punti della città, il tempio resta sempre via Usai. È in quella viuzza che vanno i sassaresi da generazioni. Ora il forno è aperto solo la sera, ma fino a qualche decennio fa, la fainè si sfornava anche di mattina. Ed è in quel locale che si rifugiavano molti studenti che “facevano ferie” a scuola. Non mancava di ricordare questo aneddoto Francesco Cossiga che almeno una vota all’anno andava a mangiare la sua fainè. Anche quando era presidente della Repubblica. «Faceva telefonare per prenotare – ricorda Mario Marongiu, titolare del forno ereditato dai genitori – Una volta è arrivato da Roma con decine di persone. Erano talmente tanti che ho dovuto sistemarli anche nel locale di fronte al forno, in pizzeria. In modo più discreto e con gruppi meno numerosi andava in via Usai a mangiare fainè anche Enrico Berlinguer, «anche se – racconta Marongiu – soprattutto quando era segretario del Pci, la sua presenza a Sassari diventava sempre più rara».
Pasquale Porcu
I gusti più diffusi sono alle cipolle, salsicce, salsicce e cipolle e, ancora, funghi. Ma i più tradizionalisti la mangiano senza altri ingredienti: semplice, croccante e tanto calda da bruciarti le mani. Già, perché la fainè si mangia con le mani aiutandosi con dei piccoli tovaglioli di carta grezza color nocciola, dopo una abbondante spolverata di pepe nero. L’abbinamento con le bollicine è particolarmente azzeccato perché dopo una sorsata di brut o champagne la bocca resta pulita, pronta ad accogliere un altro boccone di fainè.
Anche se di forni di fainè ne esistono in diversi punti della città, il tempio resta sempre via Usai. È in quella viuzza che vanno i sassaresi da generazioni. Ora il forno è aperto solo la sera, ma fino a qualche decennio fa, la fainè si sfornava anche di mattina. Ed è in quel locale che si rifugiavano molti studenti che “facevano ferie” a scuola. Non mancava di ricordare questo aneddoto Francesco Cossiga che almeno una vota all’anno andava a mangiare la sua fainè. Anche quando era presidente della Repubblica. «Faceva telefonare per prenotare – ricorda Mario Marongiu, titolare del forno ereditato dai genitori – Una volta è arrivato da Roma con decine di persone. Erano talmente tanti che ho dovuto sistemarli anche nel locale di fronte al forno, in pizzeria. In modo più discreto e con gruppi meno numerosi andava in via Usai a mangiare fainè anche Enrico Berlinguer, «anche se – racconta Marongiu – soprattutto quando era segretario del Pci, la sua presenza a Sassari diventava sempre più rara».
Pasquale Porcu
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