Darsena dei veleni, pene confermate per tre ex dirigenti

I giudici hanno inflitto un anno ai manager di Syndial Erano accusati di concorso in disastro ambientale colposo

SASSARI. Nella piccola darsena dei servizi del porto industriale di Porto Torres, dove si affacciano diverse attività artigianali, sarebbero finite per anni - sversate da Syndial - sostanze cancerogene.

Ieri mattina i giudici della Corte d’Appello di Sassari (presidente Plinia Azzena, a latere Marina Capitta e Maria Grixoni) hanno confermato la condanna a un anno di reclusione nei confronti di tre ex manager Syndial, accusati di disastro ambientale colposo e deturpamento delle bellezze naturali per avere riversato in mare rifiuti industriali altamente inquinanti.

La condanna è stata confermata per Gian Antonio Saggese (responsabile delle bonifiche), Francesco Papate e Oscar Cappellazzo (responsabili del trattamento delle acque di falda).

Secondo le accuse, in mare sarebbero finiti per anni benzene, arsenico e metalli pesanti che avevano contaminato la falda acquifera e che per decenni avevano tracimato nella darsena servizi.

Ieri mattina la conferma delle condanne è stata sollecitata dal procuratore generale Stefano Fiori. Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro novanta giorni. Gli imputati erano difesi dagli gli avvocati Piero Arru, Luigi Stella, Fulvio Simoni, Mario Maspero e Grazia Volo.

Il processo in primo grado si era giocato soprattutto sulle perizie presentate dai tecnici incaricati dal pubblico ministero e da quelli del colosso energetico Eni. Sulla presenza dei veleni pochi i dubbi, confermati da una perizia (del pubblico ministero) durante il processo. Una perizia che aveva fornito anche un altro particolare: la barriera idraulica non riusciva a contenere gli agenti chimici.

Ieri i giudici hanno confermato anche i risarcimenti disposti in primo grado. Il gup Antonello Spanu aveva stabilito 200 mila euro al ministero dell’Ambiente, 100 mila euro alla Regione Sardegna, 100 mila euro al Comune di Porto Torres, 50 mila euro a testa a Giovanni e Alessandro Polese (titolari di un cantiere nautico della zona). Questi ultimi, rappresentati dall’avvocato Pierluigi Carta, erano stati costretti a spostare la loro attività. Altri 10mila euro a testa come risarcimento dei danni morali erano stati riconosciuti in primo grado alle associazioni Anpana, Lega per l'abolizione della caccia onlus, Comitato cittadino Tuteliamo il Golfo dell’Asinara e al Comitato d’azione protezione e sostenibilità ambientale per il nord ovest Sardegna, rappresentati dagli avvocati Pina Zappetto e Antonello Urru. Dopo mesi di accertamenti nel 2012 erano stati iscritti nel registro degli indagati otto vertici Syndial. Per cinque di loro in primo grado era arrivata l’assoluzione. Su richiesta della Procura, il gip a maggio del 2012 aveva affidato a 5 periti l'incarico di accertare la presenza di sostanze chimiche inquinanti e di stabilirne natura e origine. La barriera idraulica collocata da Eni - era emerso - era uno strumento inefficace a bloccare gli agenti chimici. I consulenti della difesa avevano opposto uno studio corale realizzato da quattro esperti americani che avevano assicurato: la barriera idraulica realizzata per bloccare l'inquinamento verso il mare assolve alla sua funzione, perfettamente. Ma per i giudici di primo e secondo grado l’inquinamento è stato dimostrato.

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