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Sassari

Sequestro di Titti Pinna, 25 anni a Giovanni Sanna

di Nadia Cossu
Sequestro di Titti Pinna, 25 anni a Giovanni Sanna

Si chiude il processo ter per il rapimento dell’allevatore di Bonorva. La difesa: ricorreremo in appello 

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SASSARI. Piumino nero e pantaloni scuri, testa bassa, affiancato dal suo avvocato Desolina Farris per tutta l’attesa della sentenza fino al momento in cui la corte d’assise presieduta dal giudice Elena Meloni (a latere Valentina Nuvoli) non è uscita dalla camera di consiglio per la lettura del dispositivo.

Il 52enne di Macomer Giovanni Sanna (conosciuto come “Fracassu”) è stato condannato a 25 anni di carcere, così come aveva chiesto il procuratore aggiunto della Dda di Cagliari Gilberto Ganassi, per aver partecipato attivamente al sequestro dell’allevatore di Bonorva Titti Pinna rapito il 19 settembre 2006 e fuggito il 28 maggio 2007 dall’ovile in cui era stato rinchiuso, dopo otto mesi di prigionia che lo avevano portato quasi alla morte. Non ha battuto ciglio l’imputato, alle 12.45 ha lasciato l’aula al piano terra del palazzo di giustizia insieme al suo legale che ha pronunciato solo poche parole: «È chiaro che ricorreremo in appello».

Si chiude quindi il cerchio di una lunghissima vicenda giudiziaria e di un processo che ha già visto, per lo stesso reato e lo stesso fatto, le condanne a 30 anni di reclusione per Salvatore Azzas, a 28 per Giovanni Maria Manca e a 25 per Antonio Faedda. Un processo, allo stesso tempo, che lascia strascichi perché il presidente della corte ha restituito gli atti al pm perché sia valutata la posizione del testimone Michele Piredda e in particolare l’ipotesi di reato di falsa testimonianza a suo carico.

Quello emerso nei confronti di Sanna «è un quadro indiziario estremamente solido – aveva detto Ganassi nella requisitoria – Un concorso nella fase ideativa e in quella esecutiva del sequestro. E persino nelle trattative, considerata la sua presenza al passaggio a livello di Mulargia durante l’incontro tra alcuni componenti della banda e padre Pinuccio Solinas che si adoperava per cercare di favorire la liberazione dell’ostaggio». Dall’altra parte la difesa aveva parlato di un processo «totalmente indiziario» con palesi «incongruenze» che sempre il legale Farris ha annunciato di voler portare davanti alla corte d’appello nel processo di secondo grado.

Un’inchiesta, quella che ha coinvolto il 52enne di Macomer, nata nel 2014 quando l’uomo era già in carcere a Bancali accusato di far parte di un gruppo di criminali che misero a segno una rapina nell’abitazione del titolare di una catena di supermercati di Sassari. Per la Procura l’imputato avrebbe partecipato a tutti i momenti del sequestro: l’ideazione, l’esecuzione e la gestione dell’ostaggio. Reati commessi in concorso con Atzas, Manca e Faedda. «Tutti sono dei malavitosi – aveva sottolineato Ganassi – parliamo di rapporti tra criminali. Perché questo era il loro mestiere». Giovanni Sanna era stato individuato dagli investigatori della sezione Criminalità organizzata e Antisequestri della squadra mobile di Sassari guidata da Piergiuseppe Foddai, gli stessi uomini che lavorarono sul caso già dal 2006, quando ci furono le prime importanti certezze sugli altri tre personaggi coinvolti.

“Fracassu” era però rimasto sempre sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti. L’indagine per ricostruire tutto il mosaico e completarlo con i tasselli mancanti non si era mai fermata e dopo le prime due fasi era stata imboccata pure la terza. Quello di Giovanni Sanna per l’accusa sarebbe stato un ruolo di primo piano, tenendo conto dei contatti con il custode dell’ostaggio, Salvatore Atzas, con “Mimmiu” Manca e con gli altri componenti della banda. Fino ad arrivare all’incontro con padre Pinuccio Solinas, avvenuto la notte del 26 settembre 2006, definito dal procuratore «un elemento chiave».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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