La Nuova Sardegna

Sassari

I “vagabondi” del rugby cercano ancora una casa

di Roberto Sanna
I “vagabondi” del rugby cercano ancora una casa

La Bulldog chiede aiuto per portare avanti i suoi progetti di sport e inclusione «Dal 2008 giochiamo in campi affittati a ore, ci serve uno spazio tutto per noi»

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SASSARI. Dopo tredici anni di battaglie, botte, sconfitte e vittorie in giro per i campi più disparati (e a volte strampalati) della città i ragazzi della Bulldog Rugby vogliono adesso mettere a segno la meta più importante, quella che permetterebbe loro di svoltare una volta per tutte: avere a disposizione un campo tutto per loro.

Appuntamento non più rinviabile, ora che i tesserati stanno superando quota duecento e i progetti di inclusione che contraddistinguono l’attività si stanno rivelando l’arma vincente. Gli atleti militano nelle diverse categorie e coprono una fascia d’età che va dai tre anni sino agli adulti che militano nel campionato di serie C: tra loro, tanti bambini e ragazzi alle prese con gravi problematiche socio-sanitarie e dello spettro autistico, seguiti da un'allenatrice pedagogista, che trovano in questo sport un momento di sfogo, gioco ed aggregazione. Tutto questo in una situazione di perenne vagabondaggio, perché, sembra incredibile, ma la Bulldog non ha mai avuto un impianto dove fare base in pianta stabile. La loro è una stagione che si basa sul costante spostamento nei diversi impianti presenti in città, presi in affitto a ore. Difficile portare a conclusione una stagione in questo modo, ancora più difficile pensare a una vera programmazione. Ci si arrangia con quello che si può fare, ma così è veramente dura. A volte si sfiora l’impossibile, per esempio con un gruppo di ragazzi che si allena in uno spazio verde ricavato nel centro sportivo Milano 26. Un rettangolo in erba con una pendenza notevole, che d’estate serve da sfogo per i bambini di un centro estivo e d’inverno fa da contorno ai campi da padel.

In quel rettangolo viene adesso allestito un campo di fortuna, delimitato da birilli e nastri, dove i tecnici provano a far sbocciare il talento e la passione di ragazzini di dieci anni supportati in questo dalla pazienza e dall’impegno dei loro genitori. Meriterebbero un premio per questo, basterebbe anche un po’ di considerazione da parte di chi potrebbe impegnarsi per trovare loro un terreno in grado di diventare la loro vera casa: «Dopo tredici anni di fatiche e impegno crediamo che questo passaggio non sia più rinviabile – dice il presidente Claudio Pistidda –. Siamo un gruppo ormai molto numeroso, con i tesserati che hanno superato le duecento unità. Ci sono bambini di età fra i tre e i dieci anni, poi i più grandi che ne hanno quindici o sedici, la squadra maggiore disputa la Serie C e partecipa alla Coppa Italia. E tra dirigenti e tecnici siamo una decina. Con questi numeri non possiamo continuare a rimanere senza una casa, siamo nati nel 2008 e la stiamo ancora cercando. Per un periodo abbiamo avuto a disposizione l’impianto del Canopoleno – aggiunge –, ma col covid è tutto più difficile perché i dirigenti scolastici sono molto restii a concedere i loro spazi agli esterni. Una scelta che rispetto, ma il Comune dovrebbe aiutarci dandoci in gestione un terreno adatto alle nostre necessità. Anche noi ci stiamo dando da fare per segnalare i siti idonei, avevamo visto qualcosa nella zona di Sant’Orsola ma alla fine è stato destinato ad altre attività giudicate più importanti. Sempre in quella zona però abbiamo individuato altri terreni liberi che potrebbero fare al caso nostro, ci piacerebbe confrontarci su questo».

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