Coronavirus a Sassari, nell'inferno senza fine di Malattie infettive

Turn over continuo tra i pazienti gravi: personale allo stremo

SASSARI. Gli occhi dei pazienti nuotano dentro il casco trasparente, tutto si muove come al ralenti, a mollo in una sostanza fatta di sibili, di rumori che trapanano il cervello e di aria che pompa e si infila con forza nei polmoni. Sembrano tanti pesci abituati all'oceano, e ora ingabbiati in un minuscolo acquario di plastica. È come se il loro universo percettivo fosse zippato. Si sentono persi e indifesi. Quando i medici entrano nella stanza, per le visite del mattino, e parlano tra loro, lo sguardo dei pazienti gli si appiccica addosso. Gli occhi sono degli scanner lenti e stanchi, prosciugati di forza e di espressività.

Reparto di Malattie infettive e Pneumocovid, ore 11, zona rossa 33 ricoverati in tutto. Gli infettivologi Antonio Pintus e Alberto Muredda fanno il giro delle visite. Non c'è un solo centimetro di pelle scoperto, tra tuta, guanti, stivali, maschera facciale con filtri ad alta protezione. Si vedono solo gli occhi, che qui equivalgono a una carta di identità. «Ho sete», urla un paziente da dentro il casco, e la voce sembra uscire da un abisso. Con la mano, per farsi capire meglio, indica un bicchiere con una cannuccia. Il dottor Pintus svita un tappo, il casco si affloscia leggermente col sibilo di un pallone bucato, e dalla finestrella rotonda può entrare la cannuccia. Un uomo di 70 anni beve avidamente. Chi finisce in reparto è perché ha fame d'aria, e ha bisogno di ossigeno per sopravvivere. La stragrande maggioranza sono non vaccinati, pochi no vax convinti e irriducibili, piuttosto molte persone confuse, spaventate dal vaccino o dalla semplice fobia dell'ago. Come Margherita Carboni, di Valledoria, che dice: «Non mi sono vaccinata perché ho delle patologie autoimmuni. Avevo paura delle conseguenze, anche il medico di famiglia non mi ha incoraggiato. E invece mi sarei risparmiata questo calvario: i dolori ovunque, nemmeno la forza di parlare, il casco per quattro giorni, e la paura di non rivedere più mia figlia di tre anni». Ora ha scollinato, il peggio è passato, è pronta a riaffacciarsi alla vita. Ma bastano due chiacchiere per prosciugarla ancora di energie, e l'apparecchio che misura la saturazione cala. Il medico se ne accorge, le allunga una carezza. «Signora è stanca, vero? Stia tranquilla, ora si riposi».

La palazzina è un crocevia di tanti destini e malattie che si sfiorano e si intersecano. A volte le storie sono simili, poi c'è quella di speciale di Valentina. E se c'è un modo per raccontare l'amore smisurato che una mamma può provare per una figlia, questa è la storia di Valentina. La mamma le tiene stretta la mano, ed è la comunicazione più intensa che possano stabilire. Perché Valentina da 48 anni non parla, non interagisce, vive e si nutre della dedizione di sua madre. Come una pianta che si alimenta di amore. Nell'altra mano stringe un piccolo delfino di peluche. La mamma è ancora negativa al covid, ma sa bene che lo prenderà, e infatti non indossa nemmeno la mascherina. Lei e Valentina sono una sola cosa, e il covid non può spezzare questa simbiosi. Anni fa aveva perso un figlio di 25 anni in un incidente stradale. «Era bello come il sole», racconta. Ora non lascerebbe mai quella mano, non aprirebbe il palmo per niente al mondo.

È quasi l'una, arrivano pazienti da ogni reparto, ed è un gioco di incastri, ogni dimissione in mezzo minuto si trasforma in ricovero, con una staffetta senza fine. Per il personale il ritmo è estenuante, gli infermieri e gli oss che lavano, medicano e imboccano i malati, sono allo stremo. Se uno ha problemi ai reni, entra in ospedale, gli fanno il tampone, è positivo, ecco che finisce in appoggio in Malattie Infettive o Pneumocovid, a seconda della gravità. Ci sono 30 medici che gravitano nei reparti, e tante multidisciplinarità a gestire diverse patologie. Dopo due anni, quella guidata dal professor Babudieri e dal professor Fois è una macchina ormai rodata, che con grande sacrificio ha imparato a funzionare. In questo pit-stop della vita ultimamente ci capitano diversi no vax. Ma la sosta ai box li infastidisce.

«Cercano di rimanere aggrappati fino all'ultimo alle loro convinzioni - dice il dottor Pintus - poi il casco, la paura di morire, ti portano a pensare, e ogni teoria vacilla». Ma il primo approccio è aggressivo, di totale diffidenza: «Non vi azzardate a vaccinarmi, dicono. E la risposta non può che essere: signora, a quello doveva pensarci lei prima». A volte le minacce arrivano anche dai parenti: «Che terapie avete intenzione di fare a mio padre? Non dategli l'ossigeno, guardate che vi denuncio». E poi ci sono i no vax che rifiutano proprio ogni aiuto. Una volta un paziente non accettava il casco, se lo toglieva di continuo. Allora il dottor Vito Fiore, ha cercato di convincerlo in tutti i modi, ha provato a contattare la moglie per fargli cambiare idea, ma l’uomo è sato irremovibile. Alla fine il medico, per un attimo, ha deciso di assecondarlo: ha spalancato la finestra, ha arieggiato la stanza, gli si è seduto accanto e gli ha detto: «Stai facendo una fesseria, ma vabbè, io sto con qui con te, ti dedico il mio tempo, e vediamo insieme che succede”. Passano alcuni minuti, cinque o sei, il paziente desatura rapidamente e la fame d'aria inizia a farsi sentire. I polmoni prima sono affaticati, poi sono esausti, e la sensazione è quella di un pesce che boccheggia fuori dall'acqua. «Dottore, che dice: forse è meglio rimettere il casco…».

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