La Nuova Sardegna

Sassari

Rapina al portapizze giovane condannato a tre anni e 4 mesi

di Nadia Cossu
Rapina al portapizze giovane condannato a tre anni e 4 mesi

Nel 2016 aveva teso una trappola insieme a due complici Gli altri imputati avevano patteggiato un anno e 8 mesi

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SASSARI. Una delle pizzerie da asporto tra le più conosciute ad Alghero a settembre di sei anni fa stava per chiudere quando arrivò un’ultima telefonata. Erano le 23, l’ordine era stato accettato e un giovane portapizze si era messo in sella allo scooter per fare la consegna. Ma si trattava di una trappola: in tre lo avevano rapinato puntandogli una pistola sul collo. Erano stati identificati a distanza di due mesi e mezzo dall’episodio e arrestati.

Ieri mattina il gup Gian Paolo Piana ha inflitto una condanna pesante al 29enne Andrea Sechi, l’unico dei tre imputati che aveva scelto il rito abbreviato: tre anni e quattro mesi di reclusione, oltre al risarcimento nei confronti di Francesco Fadda (parte civile con l’avvocato Sebastiano Chironi) e il pagamento di una provvisionale di 1500 euro. Il pubblico ministero Enrica Angioni aveva sollecitato 4 anni e 4 mesi contestando a Sechi anche la detenzione di una pistola usata per minacciare la vittima. L’arma in realtà non era mai stata trovata né si aveva certezza che si trattasse di una vera pistola.

Gli altri due giovani – arrestati insieme a lui – avevano invece patteggiato nel 2018 un anno e otto mesi. Sechi sarebbe stato riconosciuto «con qualche riserva» dalla mamma di uno dei due presunti complici attraverso alcuni fotogrammi che le erano stati mostrati dagli uomini del commissariato di polizia di Alghero. E proprio sulle “riserve” manifestate dalla donna si è soffermato nella discussione di ieri l’avvocato difensore Nicola Satta che ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito proprio perché nessuna certezza esisteva sulla sua identità. A incastrare Sechi sarebbe stato anche uno zainetto nero che sarebbe stato indossato quella notte da uno dei tre rapinatori. I poliziotti ne avevano trovato uno uguale a casa del 29enne. Ma – ha rilevato sempre Nicola Satta – si trattava «di un modello molto comune e in uso a parecchi giovani, oltretutto al suo interno non era stato trovato nulla di interesse investigativo. Ricorreremo senza dubbio in appello, non appena leggeremo le motivazioni della sentenza».

La rapina del 2016 aveva destato clamore, per le modalità con le quali era stata commessa. Francesco Fadda era uno studente universitario che aveva approfittato dell’estate e della pausa delle lezioni e degli esami per farsi qualche soldo. I tre rapinatori avevano simulato l’ordine di alcune pizze, ma la richiesta si era rivelata solo una scusa.

L’aggressione era avvenuta dopo le 23 del 27 settembre di sei anni fa: il mittente di quell’ultima chiamata arrivata praticamente alla chiusura dell’attività risultava come un numero sconosciuto, così almeno era apparso sul display del telefono fisso della pizzeria. La persona che raccoglieva le richieste di consegna a domicilio aveva preso nota e, come d’abitudine, aveva chiesto un numero di contatto in caso di ritardi o altri disguidi. La voce dall’altra parte del telefono aveva scandito le cifre di una qualsiasi utenza telefonica domestica e aveva fornito l’indirizzo: via Marconi angolo via Sebastiano Satta. Il ventenne aveva preso le pizze, era salito in sella allo scooter e si era diretto lì, ma aveva faticato a trovare il portone del palazzo, nascosto dal cantiere per il rifacimento della facciata. Si era addentrato tra i ponteggi e qualcuno era arrivato alle sue spalle e lo aveva aggredito e rapinato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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