«Niente stipendio da 18 mesi»
Alta tensione alla “Divina Provvidenza”: turni massacranti per i lavoratori, fondi regionali “congelati”
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SASSARI. Riposi saltati per mesi, turni con orari massacranti e, come se non bastasse, stipendi che non arrivano. Alla Casa Divina Provvidenza sale la tensione tra i dipendenti, dimezzati di numero dopo le dimissioni volontarie di colleghi, i certificati di malattie e i periodi di aspettativa. «Siamo esasperate perché la situazione invece di migliorare, come ci attendevano con l’arrivo del commissario regionale Ortu, è peggiorata – dice un gruppo di sette lavoratrici –. Siamo mentalmente e fisicamente stressate perché non si possono reggere 13-14 ore continuate di lavoro e nemmeno accudire i nostri anziani con la serenità e nei tempi necessari. O si interviene subito – è l’ultimatum delle operatrici – per trovare quelle soluzioni che ci erano state promesse, oppure dalla prossima settimana non saremo più in grado di garantire il servizio. Non si può continuare così, non abbiamo più le forze per continuare a sacrificarci, finora l’abbiamo fatto esclusivamente per rispetto degli ospiti». Con 48 anziani, tra cui alcuni infettati dal Covid, e 25 dipendenti, l’organizzazione dell’istituto «non è assolutamente adeguata – spiega l’unica infermiera professionale in servizio nella casa di piazza Sant’Agostino–. Il rischio di errore si amplifica e ne va della salute dei degenti. I 48 anziani vengono assistiti da due operatori per turno che devono fare i miracoli per rispondere alle loro esigenze. Sembra che a nessuno importi di loro, ma anche di noi lavoratori».
C’è poi la beffa degli stipendi. «Sono 18 le mensilità arretrate che stiamo ancora aspettando di poter incassare – aggiungono le lavoratrici –. Fino ad ora ci sono state corrisposte solo 650 euro, ed era l’ottobre del 2021. Addirittura abbiamo cinque rateizzazioni dello stipendio da ricevere per periodi che risalgono a precedenti gestioni». Sono retribuzioni che il personale non sa nemmeno se e quando riuscirà a incassare. «Perché ci hanno riferito che i 600mila euro che la Regione aveva erogato come prima tranche per salvare la Casa Divina Provvidenza sono “congelati”», raccontano le sette dipendenti. In pratica non possono venire assegnati perché quella somma potrebbe essere aggredita da pignoramenti da parte dei lavoratori che non sono stati pagati regolarmente e da altri creditori. Infatti pendono istanze di fallimento presentate da un dipendente e da un fornitore. La prima udienza è prevista a febbraio e non sappiamo come si concluderà».
In questo clima di incertezza, cresce la delusione, l’amarezza e la rabbia del personale, che non riesce a prevedere quale potrà essere il suo futuro. «Chiediamo al presidente della giunta regionale Christian Solinas di aiutarci. La Casa Divina Provvidenza non può essere destinata alla chiusura».
C’è poi la beffa degli stipendi. «Sono 18 le mensilità arretrate che stiamo ancora aspettando di poter incassare – aggiungono le lavoratrici –. Fino ad ora ci sono state corrisposte solo 650 euro, ed era l’ottobre del 2021. Addirittura abbiamo cinque rateizzazioni dello stipendio da ricevere per periodi che risalgono a precedenti gestioni». Sono retribuzioni che il personale non sa nemmeno se e quando riuscirà a incassare. «Perché ci hanno riferito che i 600mila euro che la Regione aveva erogato come prima tranche per salvare la Casa Divina Provvidenza sono “congelati”», raccontano le sette dipendenti. In pratica non possono venire assegnati perché quella somma potrebbe essere aggredita da pignoramenti da parte dei lavoratori che non sono stati pagati regolarmente e da altri creditori. Infatti pendono istanze di fallimento presentate da un dipendente e da un fornitore. La prima udienza è prevista a febbraio e non sappiamo come si concluderà».
In questo clima di incertezza, cresce la delusione, l’amarezza e la rabbia del personale, che non riesce a prevedere quale potrà essere il suo futuro. «Chiediamo al presidente della giunta regionale Christian Solinas di aiutarci. La Casa Divina Provvidenza non può essere destinata alla chiusura».
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