«Due anni come in guerra a difendere la vita di tutti»
di Gianni Bazzoni
Non solo Covid: il racconto di operatori che danno risposte a mezza Sardegna
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SASSARI. Circondati da tende e container, roba che solitamente si incontra in uno scenario di guerra. E loro lì, dalla trincea dell’emergenza che non si ferma mai perchè il soccorso deve essere garantito a tutti, hanno provato a resistere.
Sono passati due anni e gli operatori del Pronto soccorso di Sassari hanno pensato che sia giunto il momento di dire la loro. «Ci teniamo a dire che non dobbiamo incolpare nessuno, e neppure chiamare aiuto. Ormai conviviamo con il Covid da due anni – raccontano – e ci abbiamo fatto il callo. Ci svegliamo la mattina o smontiamo la mattina che tanto sappiamo che rimarrà tutto uguale, almeno per il nostro lavoro. Noi siamo diventati, per strategia di quelli che contano o non sappiamo di chi, il collo della bottiglia di mezza Sardegna, dove tutti i pazienti Covid arrivano, dove non possiamo mai dire no “te li tieni tu”, dove gli altri ospedali dicono che “non li vogliamo perché (dopo due anni) non siamo attrezzati”».
Non è una lamentela dettata dalla disperazione. È la scelta di rendere visibile la drammatica realtà. «Noi siamo quelli che fanno 12 ore dentro “i Covid”, quando gli altri fanno 4 o 6 ore con i turni. Quelli che siamo quattro gatti perchè gli altri dicono che “manco morto ci vengo a lavorare in quell’inferno”. Siamo noi, quelli che volenti o nolenti facciamo il pronto soccorso per le emergenze vere nei non Covid e allo stesso tempo abbiamo dovuto subire un reparto che ha avuto anche 50 pazienti Covid e che oggi ne ha più di 30 dentro il Pronto soccorso, con lo stesso personale che si deve dividere con la parte non Covid dove c’è l’altro collo di bottiglia per i politraumi, gli infarti, per tutti quelli che vengono in mente e che hanno emergenze (non piccoli dolori), che quindi devono essere per forza curati qui in questo ospedale».
E nel racconto compare l’amarezza per tutto quello che è capitato: «Siamo quelli che se gli altri reparti dell’ospedale hanno un positivo chiudono per un giorno e noi ci dobbiamo arrangiare, tanto siamo abituati, e ci teniamo i vecchi e i nuovi pazienti e zitti. Si, siamo abituati e vero. Ma se due anni fa, alla nostra prima esperienza, in Pronto soccorso non passava nessuno perché c’era il lockdown e avevamo più personale che pazienti, adesso abbiamo una invasione. E siamo pochi, molti di si sono ammalati, pochi sono anche i medici che vengono (ce ne hanno dati un paio per pochi giorni e poi se li sono ripresi...) e vanno via».
Il grido d’allarme sembrava avere creato un interesse generale, ma la palla delle responsabilità è sempre tornata indietro: «Abbiamo avvisato i sindacati, sono venuti i politici, ma per noi non cambia niente».
E il messaggio è chiaro: «Non abbiamo mai lasciato un solo paziente fuori dal Pronto soccorso, li abbiamo presi e visitati tutti, abbiamo sputato sangue e sudore e se abbiamo questo che gli altri chiamano “zona boarding”, dove rimangono tutti i pazienti che non trovano posto nei reparti, dal marino di Alghero a Malattie infettive e Pneumologia, è perché gli altri non hanno saputo attrezzarsi come noi abbiamo fatto. Siamo la porta dell’ospedale, sempre aperta per chi sta male e non chiudiamo mai, anche se la voglia nei momenti di disperazione era tanta, solo perché non c’era più posto disponibile. Ma noi file di ambulanze come si vede in Tv non ne abbiamo mai lasciato».
Poi la constatazione finale: «Il mese appena passato è stata una battaglia, tutti hanno fatto più di quello che si poteva. Dall’ultimo degli Oss al nuovo direttore che è quella che si è risparmiata meno di tutti dando l’esempio a tutti. Non si era mai visto. Passerà anche questa ondata, speriamo sia stato il colpo di coda del virus. Sicuramente il Pronto soccorso non potrà mai più essere come era prima. Tutti dovranno vederlo e valutarlo con occhi diversi. E i rapporti con gli altri reparti dovranno cambiare ci dovranno valutare in modo differente. Metteteci nelle condizioni di lavorare bene e per tutti andrà meglio. E per una volta ascoltateci».
Sono passati due anni e gli operatori del Pronto soccorso di Sassari hanno pensato che sia giunto il momento di dire la loro. «Ci teniamo a dire che non dobbiamo incolpare nessuno, e neppure chiamare aiuto. Ormai conviviamo con il Covid da due anni – raccontano – e ci abbiamo fatto il callo. Ci svegliamo la mattina o smontiamo la mattina che tanto sappiamo che rimarrà tutto uguale, almeno per il nostro lavoro. Noi siamo diventati, per strategia di quelli che contano o non sappiamo di chi, il collo della bottiglia di mezza Sardegna, dove tutti i pazienti Covid arrivano, dove non possiamo mai dire no “te li tieni tu”, dove gli altri ospedali dicono che “non li vogliamo perché (dopo due anni) non siamo attrezzati”».
Non è una lamentela dettata dalla disperazione. È la scelta di rendere visibile la drammatica realtà. «Noi siamo quelli che fanno 12 ore dentro “i Covid”, quando gli altri fanno 4 o 6 ore con i turni. Quelli che siamo quattro gatti perchè gli altri dicono che “manco morto ci vengo a lavorare in quell’inferno”. Siamo noi, quelli che volenti o nolenti facciamo il pronto soccorso per le emergenze vere nei non Covid e allo stesso tempo abbiamo dovuto subire un reparto che ha avuto anche 50 pazienti Covid e che oggi ne ha più di 30 dentro il Pronto soccorso, con lo stesso personale che si deve dividere con la parte non Covid dove c’è l’altro collo di bottiglia per i politraumi, gli infarti, per tutti quelli che vengono in mente e che hanno emergenze (non piccoli dolori), che quindi devono essere per forza curati qui in questo ospedale».
E nel racconto compare l’amarezza per tutto quello che è capitato: «Siamo quelli che se gli altri reparti dell’ospedale hanno un positivo chiudono per un giorno e noi ci dobbiamo arrangiare, tanto siamo abituati, e ci teniamo i vecchi e i nuovi pazienti e zitti. Si, siamo abituati e vero. Ma se due anni fa, alla nostra prima esperienza, in Pronto soccorso non passava nessuno perché c’era il lockdown e avevamo più personale che pazienti, adesso abbiamo una invasione. E siamo pochi, molti di si sono ammalati, pochi sono anche i medici che vengono (ce ne hanno dati un paio per pochi giorni e poi se li sono ripresi...) e vanno via».
Il grido d’allarme sembrava avere creato un interesse generale, ma la palla delle responsabilità è sempre tornata indietro: «Abbiamo avvisato i sindacati, sono venuti i politici, ma per noi non cambia niente».
E il messaggio è chiaro: «Non abbiamo mai lasciato un solo paziente fuori dal Pronto soccorso, li abbiamo presi e visitati tutti, abbiamo sputato sangue e sudore e se abbiamo questo che gli altri chiamano “zona boarding”, dove rimangono tutti i pazienti che non trovano posto nei reparti, dal marino di Alghero a Malattie infettive e Pneumologia, è perché gli altri non hanno saputo attrezzarsi come noi abbiamo fatto. Siamo la porta dell’ospedale, sempre aperta per chi sta male e non chiudiamo mai, anche se la voglia nei momenti di disperazione era tanta, solo perché non c’era più posto disponibile. Ma noi file di ambulanze come si vede in Tv non ne abbiamo mai lasciato».
Poi la constatazione finale: «Il mese appena passato è stata una battaglia, tutti hanno fatto più di quello che si poteva. Dall’ultimo degli Oss al nuovo direttore che è quella che si è risparmiata meno di tutti dando l’esempio a tutti. Non si era mai visto. Passerà anche questa ondata, speriamo sia stato il colpo di coda del virus. Sicuramente il Pronto soccorso non potrà mai più essere come era prima. Tutti dovranno vederlo e valutarlo con occhi diversi. E i rapporti con gli altri reparti dovranno cambiare ci dovranno valutare in modo differente. Metteteci nelle condizioni di lavorare bene e per tutti andrà meglio. E per una volta ascoltateci».
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