Delitto Ara, il pg: «Ergastolo per Unali»
Nel processo d’appello anche le parti civili chiedono la conferma della condanna
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ITTIREDDU. «Ergastolo». È la richiesta del procuratore generale Paolo De Falco al termine della requisitoria nel processo d’appello per l’omicidio dell’operaio 37enne Alessio Ara, avvenuto a Ittireddu il 15 dicembre del 2016. Delitto per il quale è già stato condannato in primo grado l’allevatore di Mores Vincenzo Unali.
De Falco ha ricostruito, punto per punto, quelle che già in primo grado erano state ritenute prove schiaccianti a carico di Unali. In primis il Dna («il marchio dell’assassino», lo ha definito l’avvocato di parte civile Luigi Esposito) che era stato trovato in un indumento che per l’accusa sarebbe stato usato dal killer per avvolgere l’arma del delitto e che avrebbe perso per strada durante la fuga.
Alessio Ara era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Il movente del delitto era stato inquadrato nella presunta relazione che Piera Unali, figlia dell’allevatore, avrebbe avuto con la vittima. Mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento.
«Una causale imponente – per l’avvocato Esposito – Perché quella relazione doveva interrompersi. E invece a ridosso dell’omicidio esisteva ancora. E lo possiamo dire perché, per la prima volta in un processo, abbiamo un morto che parla. Alessio ha parlato nei messaggi scambiati con Piera Unali e in seguito in quelli con l’amica Maria Diana. E lo ha fatto anche inviando una lettera in carcere a un suo amico col quale si era confidato». Ma nella mentalità «fortemente arcaica dell’entroterra sardo – ha aggiunto Esposito – queste offese purtroppo si lavano ancora col sangue. Unali è una persona violenta, avvezza all’uso delle armi, uno che arrivò a lanciare il televisore dalla finestra quando seppe della relazione di sua figlia con Ara. Non poteva permettere che quella storia andasse avanti mettendo a rischio il patrimonio economico, visto che il compagno di Piera, Costantino Saba, era la gallina dalle uova d’oro». Esposito si è soffermato anche sull’alibi: «Un alibi fasullo è una non prova, un alibi falso è una prova a carico. E in questa vicenda ci sono stati diversi tentativi di costruire in maniera artificiosa un alibi a Unali».
Un omicidio «premeditato» ha puntualizzato l’altro legale di parte civile, Ivan Golme: «Che l’uccisione fosse programmata lo dimostra anche la scelta del giorno: il 15 dicembre era una giornata di caccia e quindi attraversando il paese con un fucile l’assassino non avrebbe destato sospetti». (na.co.)
De Falco ha ricostruito, punto per punto, quelle che già in primo grado erano state ritenute prove schiaccianti a carico di Unali. In primis il Dna («il marchio dell’assassino», lo ha definito l’avvocato di parte civile Luigi Esposito) che era stato trovato in un indumento che per l’accusa sarebbe stato usato dal killer per avvolgere l’arma del delitto e che avrebbe perso per strada durante la fuga.
Alessio Ara era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Il movente del delitto era stato inquadrato nella presunta relazione che Piera Unali, figlia dell’allevatore, avrebbe avuto con la vittima. Mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento.
«Una causale imponente – per l’avvocato Esposito – Perché quella relazione doveva interrompersi. E invece a ridosso dell’omicidio esisteva ancora. E lo possiamo dire perché, per la prima volta in un processo, abbiamo un morto che parla. Alessio ha parlato nei messaggi scambiati con Piera Unali e in seguito in quelli con l’amica Maria Diana. E lo ha fatto anche inviando una lettera in carcere a un suo amico col quale si era confidato». Ma nella mentalità «fortemente arcaica dell’entroterra sardo – ha aggiunto Esposito – queste offese purtroppo si lavano ancora col sangue. Unali è una persona violenta, avvezza all’uso delle armi, uno che arrivò a lanciare il televisore dalla finestra quando seppe della relazione di sua figlia con Ara. Non poteva permettere che quella storia andasse avanti mettendo a rischio il patrimonio economico, visto che il compagno di Piera, Costantino Saba, era la gallina dalle uova d’oro». Esposito si è soffermato anche sull’alibi: «Un alibi fasullo è una non prova, un alibi falso è una prova a carico. E in questa vicenda ci sono stati diversi tentativi di costruire in maniera artificiosa un alibi a Unali».
Un omicidio «premeditato» ha puntualizzato l’altro legale di parte civile, Ivan Golme: «Che l’uccisione fosse programmata lo dimostra anche la scelta del giorno: il 15 dicembre era una giornata di caccia e quindi attraversando il paese con un fucile l’assassino non avrebbe destato sospetti». (na.co.)
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