La difesa: «Omicidio Ara, Unali non è l’assassino»
di Nadia Cossu
Il delitto di Ittireddu. In appello l’arringa del legale che assiste il pastore di Mores «Le tracce di Dna non appartengono solo all’imputato». A marzo la sentenza
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ITTIREDDU. Un processo «senza prove certe a carico dell’imputato» e dove né le tracce di Dna né quelle della polvere da sparo dimostrerebbero «che è stato Vincenzo Unali a sparare due fucilate contro Alessio Ara» il 15 dicembre del 2016 a Ittireddu.
L’arringa dell’avvocato Luca Diaz – che ha affiancato il padre Pietro nella difesa dell’imputato – si è conclusa ieri mattina davanti alla corte d’assise d’appello di Sassari con una richiesta di assoluzione nei confronti dell’allevatore di Mores già condannato all’ergastolo in primo grado. I familiari della vittima si sono costituiti parte civile con gli avvocati Ivan Golme e Luigi Esposito.
«La prova dello stub non ha stabilito con assoluta certezza che sui pantaloni dell’imputato sia stata trovata della polvere da sparo» è stato uno dei passaggi dell’arringa di Diaz. Mentre relativamente al Dna (le tracce erano state rinvenute su un indumento utilizzato per avvolgere il fucile e che il killer avrebbe perso durante la fuga) per il difensore si tratterebbe di un profilo “misto”. I residui apparterrebbero cioè a due soggetti distinti. «La quantità di Dna rilevata dai Ris era scarsa – aveva detto il consulente della difesa – Questo può significare che la manipolazione è stata molto fugace o che ci sia stato un trasferimento secondario o terziario». Circostanza che per i legali non permetterebbe di attribuire con certezza il Dna a una sola persona.
La difesa si è concentrata anche sul movente, nel tentativo di smontare la ricostruzione dell’accusa secondo cui Unali avrebbe ammazzato Ara per via di una relazione con una delle sue figlie, già legata sentimentalmente a un altro uomo con cui la famiglia dell’imputato era in affari. Secondo Diaz, però, i contatti tra i due giovani si erano interrotti due mesi prima del delitto: «E se il genitore sapeva di questa presunta relazione, non avrebbe anche saputo della sua conclusione? E quindi che motivo avrebbe avuto per uccidere Alessio Ara?».
Argomentazioni già contenute nell’atto d’appello e riproposte ieri davanti alla corte che ha rinviato alla seconda metà di marzo per la sentenza. I giudici ieri mattina hanno rigettato la richiesta presentata dai difensori di una perizia tecnica su Dna e polvere da sparo che fungesse da “ago della bilancia” tra le posizioni differenti portate in aula dai consulenti delle parti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’arringa dell’avvocato Luca Diaz – che ha affiancato il padre Pietro nella difesa dell’imputato – si è conclusa ieri mattina davanti alla corte d’assise d’appello di Sassari con una richiesta di assoluzione nei confronti dell’allevatore di Mores già condannato all’ergastolo in primo grado. I familiari della vittima si sono costituiti parte civile con gli avvocati Ivan Golme e Luigi Esposito.
«La prova dello stub non ha stabilito con assoluta certezza che sui pantaloni dell’imputato sia stata trovata della polvere da sparo» è stato uno dei passaggi dell’arringa di Diaz. Mentre relativamente al Dna (le tracce erano state rinvenute su un indumento utilizzato per avvolgere il fucile e che il killer avrebbe perso durante la fuga) per il difensore si tratterebbe di un profilo “misto”. I residui apparterrebbero cioè a due soggetti distinti. «La quantità di Dna rilevata dai Ris era scarsa – aveva detto il consulente della difesa – Questo può significare che la manipolazione è stata molto fugace o che ci sia stato un trasferimento secondario o terziario». Circostanza che per i legali non permetterebbe di attribuire con certezza il Dna a una sola persona.
La difesa si è concentrata anche sul movente, nel tentativo di smontare la ricostruzione dell’accusa secondo cui Unali avrebbe ammazzato Ara per via di una relazione con una delle sue figlie, già legata sentimentalmente a un altro uomo con cui la famiglia dell’imputato era in affari. Secondo Diaz, però, i contatti tra i due giovani si erano interrotti due mesi prima del delitto: «E se il genitore sapeva di questa presunta relazione, non avrebbe anche saputo della sua conclusione? E quindi che motivo avrebbe avuto per uccidere Alessio Ara?».
Argomentazioni già contenute nell’atto d’appello e riproposte ieri davanti alla corte che ha rinviato alla seconda metà di marzo per la sentenza. I giudici ieri mattina hanno rigettato la richiesta presentata dai difensori di una perizia tecnica su Dna e polvere da sparo che fungesse da “ago della bilancia” tra le posizioni differenti portate in aula dai consulenti delle parti.
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